Il simbolismo di Odilon Redon: chiudi gli occhi e sogna

La logica del visibile a servizio dell’invisibile

Idee, soggetti, simboli ed emozioni: nel lontano 1891 un critico d’arte francese, tale Albert Aurier, definì in un articolo i canoni essenziali della pittura simbolista, estremamente influenzata dalla letteratura del tempo (con nomi del calibro di Charles Baudelaire, Stéphane Mallarmé, Paul Verlaine e Arthur Rimbaud) ma un nome su tutti seppe coniugare tanto la poesia quanto la pittura, e quel nome è Odilon Redon.

Nato a Bordeaux il 20 aprile 1840, ebbe da subito frequenti contatti col mondo delle arti (grazie al fratello Ernest, prodigio musicale, e Gaston, prima pittore e poi architetto). Costretto alla lontananza da casa e dagli studi per ragioni di salute, negli anni ’60 fu segnato dai molti attimi trascorsi in campagna e dalle numerose opere di Beethoven, Chopin, Schumann nonché dalla fisiologia vegetale, che scoprì più tardi grazie ad un amico botanista. Rimasto colpito dalle teorie evoluzionistiche e dalla nascente letteratura simbolista, scelse la carriera artistica e aprì il primo studio a Parigi, dove si dedicò principalmente alle litografie con matita e carboncino. I periodi successivi, in cui alternava colore e decorazioni (con cui raggiunse una fama spropositata), furono segnati da un’intensa creatività e un’evoluzione dei temi dedicati al sogno e alla rivelazione che lo accompagnarono fino alla morte, il 6 luglio 1916.

Caratterizzata da evidenti influenze surrealiste, il simbolismo di Redon vede come tema principale della sua arte quella del sogno, non solo come pura esperienza onirica ma come rivelazione di un mondo interiore parallelo ma nascosto se non addirittura represso; l’inconscio diventa dunque un traguardo dalle prospettive ancora più ampie, ben espressa dalla varietà di tecniche utilizzate che si focalizzano sul sogno in tutte le sue possibili sfumature: si potrebbe definire come un viaggio nel regno d’Orfeo, ma quello di Redon è tuttalpiù un’interpretazione estremamente personale del mondo che si cela oltre il reale che vediamo.

L’angoscia e la gioia, altri due temi cari al pittore, sono sviluppati secondo il medesimo principio della rappresentazione fantastica. La realtà quotidiana, attraverso la memoria, l’immaginazione e il misticismo, rivela un universo sconosciuto: quello dell’animo umano.  «Ho creato un’arte secondo il mio parere, con gli occhi aperti sulle meraviglie del mondo visibile [...]. È la natura che ci impone di obbedire ai doni che ci ha dato. – scrisse Redon - I miei mi hanno indotto al sogno. Ho subito i tormenti dell’immaginazione e le sorprese che essa dava sotto la matita; ma queste sorprese le ho condotte e guidate secondo le leggi organiche dell’arte che conosco e sento, con il solo scopo di ottenere nello spettatore, per subitanea fascinazione, ogni possibile richiamo dell’incerto ed ogni evocazione, ai confini del pensiero».

Guidato dai suoi “principi-cause dell’opera d’arte”, vale a dire la tradizione, la realtà e l’invenzione personale, Odilon Redon grazie «alla logica del visibile a servizio dell’invisibile» ha rivelato al mondo ciò che traspare quando noi chiudiamo gli occhi per regalarci il sonno: è una missione non da poco, non da tutti. Ma sognare sì, eccome.






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