IL SOGNO MODELLATO NEL LEGNO (PARTE I)

Viaggio alla scoperta del meraviglioso mondo di Mauro Olivotto, in arte "Lampo".

Arrivata a Castellavazzo, ho avuto come l’impressione di entrare in un contesto fuori dal tempo. Una trattoria, una fontana, la Bottega dei Giauli e… nient’altro. Sullo sfondo le mute ed immobili montagne. Quando ho incontrato Mauro… un’esplosione di vita! Mi ha accolta con cortesia e ilarità. Ci siamo recati nel laboratorio dove mi ha fatto conoscere il suo tenerissimo micio rosso, Red, «l’anima della mia bottega». E ha cominciato a raccontarmi delle opere che vedevo magistralmente scolpite nel legno, della sua vita, della storia dei Giauli… trasportandomi davvero in un'altra dimensione, permeata di favola.

1. Qual è la storia della tua bottega?

Io faccio questo lavoro da 35 anni. Quando avevo 15 anni ho dipinto il ritratto di mio nonno (mi mostra un bel quadro dipinto ad olio, ndr). Ancora vivevo in una famiglia povera; allora si cercava di ricoprire ruoli socialmente riconosciuti, come il medico, l’architetto… . Io ho provato diversi mestieri, e poi ho finito per fare quello che piace a me, l’artigiano, nel rispetto e nell’amore per la mia famiglia, perché faccio quello che so fare. Il rapporto con la natura, con la materia, col fatto di costruire, fa parte di un DNA che sicuramente ho ereditato dalle generazioni che mi hanno preceduto. Io credo che quello che faccio non lo produco io: immagino, fantastico, sogno e realizzo; faccio quello che ho visto nei sogni.

2. Chi sono i Giauli?

I Giauli sono un brand inventato da me, perché parlano della mia terra, del mio essere uno che scala le montagne, che lavora con i bambini, che vive in mezzo alla natura. I Giauli raccontano la mia esperienza di vita. Io sono figlio di una sarta, e ho preso tutto da lei: da quando ho 14 anni, ad esempio, mi vesto con le cose che faccio io. Di qui anche il desiderio di creare, a livello scultoreo, i miei personaggi, le creature gnomiche della mia terra. Ovviamente ho rispettato certi dogmi: le quattro dita delle creature gnomiche, le orecchie un po’ a punta perché fa fiaba… però si tratta, sostanzialmente, di personaggi che ho amato e conosciuto personalmente, i vecchi della mia terra, trasportati nell’iconografia dei Giauli. Sono fatti di cirmolo e hanno capelli veri che appartengono per lo più alla persona che vi ho rappresentata dentro. Sono creature 50% umane e 50% albero. Cosa vuol dire: è una metafora di equilibrio nel rapporto con la natura. C’è un alieno tra i Giauli, nel senso che è nato diverso dagli altri: 51% umano; è il “cattivo” che vuole comandare sui Giauli e non capisce che c’è una rete pazzesca tra di loro, una rete telepatica, che fa sì che all’anziano sia riconosciuto un primato, avendo egli un’esperienza di 250 milioni di anni (da quando i Giauli sono partiti per venire nelle Dolomiti). Nella storia il vecchio indica al più giovane un’impronta fossile di dinosauro e gli dice: “La vedi quell’impronta? Quando non c’erano i fossili, circa 200 mila anni fa, qui, c’era una spiaggia e io camminavo su questa spiaggia”. Non ci sono riferimenti precisi nella storia: bisogna creare un immaginario di favola, che innamori grandi e piccini.

3. So che i Giauli fanno visita alle scuole. Cosa raccontano ai bambini?

I Giauli vanno in mezzo ai bambini e insegnano loro valori in riferimento alla natura, al senso di appartenenza al territorio, all’esperienza di essere depositari e custodi di un patrimonio incredibile. Succede poi che i bambini si innamorano del progetto e ne parlano ai genitori, i quali, a loro volta, si appassionano e mi chiedono il libro per leggerlo ai figli. Il ritorno principale del mio libro sui Giauli – che non è nato con uno scopo commerciale – è stato proprio questo. Si è creata una filiera incredibile, una filiera inversa alle leggi di mercato, che mette in circolo la passione. Sempre all’interno di questa filiera, sto realizzando, con l’Associazione “Io amo Castellavazzo”, una giostra per bambini. Qual è il concetto? Una giostra smontabile per poter essere in ogni luogo, una giostra con tutti gli animali del bosco delle Dolomiti: la volpe, il capriolo, il cervo, il tasso, la lepre, etc. Di fronte alla giostra c’è una tribuna a sei posti a pedali. Il genitore si siede e pedala: parte la musica e la giostra si mette a girare e il figlio si diverte. Qual è il messaggio? Se vuoi che tuo figlio si diverta tu devi essere con lui, devi fare qualcosa per lui. Questa, del resto, è la filosofia del mio lavoro. Andare nelle scuole gratuitamente 80 volte all’anno vuol dire 80 giornate all’anno di mancate entrate. Però credo nella formazione: intessere relazioni e condividere quello che si ha.

4. Credo sia molto bello offrire ai ragazzi l’opportunità di accostarsi a un mestiere che - con il progresso tecnologico - rischia di perdersi. Come vedi i giovani d’oggi? Ritieni che l’attività artigianale possa avere ancora qualcosa di importante da trasmettere loro?

Io credo che l’artigianato sarà uno strumento di rivalsa nell’economia mondiale, perché abbiamo livellato tutto e abbiamo perso le conoscenze, il know how delle popolazioni, e così l’identità e il senso di appartenenza a un gruppo.  La C.E. permette di fare formaggio senza latte, cioccolato senza cacao; io dico che senza cirmolo mi rifiuto di fare scultura, perché è l’albero sacro della mia cultura. In un mondo dove tutto è touch, dove tutto è digitale, piantare un chiodo e saper tagliare con un traforo permette di riappropriarsi di un know how che ha sempre contraddistinto la cultura veneta.

Io navigo in rete, ho un Mac, un Ipad, un Iphone 6, li tengo sempre aggiornati e conosco tutte le loro funzioni, come so affilare il mio scalpello e conosco il legno e lo scolpisco. Sono strumenti di lavoro. Non sono la vita. Bisogna vivere le cose, essere ancorati a un territorio. Bisogna conoscere e approfittare di tutti gli strumenti che questo mondo ti dà. Oggi, con Google, si possono avere tutte le nozioni del mondo: fai una domanda e subito ricevi la risposta. L’importante è che la nozione che tu acquisisci venga esperita, faccia parte un domani della tua conoscenza. La mente ha bisogno di grande allenamento e di esperire le nozioni che usa, altrimenti quello che io tiro fuori da Google o da qualunque altro motore di ricerca è qualcosa che io posso in quel momento trasmettere ad altri ma non so, me lo dimentico. Bisogna esperire!

Il mondo sta cambiando. Questa bottega che tu vedi qui oggi è frequentata da 30-40 bambini tutti i giorni. I bambini possono entrare, giocare col mio gatto, prendere un pezzo di legno, usare il traforo, livellare, farsi una collanina e poi uscire liberamente; il contenitore educa! Il fatto di poter stare a contatto con gente come me, che lavora con loro, che si fida di loro… è importante.

Il mondo dei giovani è incredibile. Una volta sono stato invitato da Alberto Cecchetto - firma mondiale dell’architettura - a tenere una lezione ai ragazzi del corso universitario di Urbanistica; mi lanciò una sfida: “fai innamorare i ragazzi del legno, che è una materia che loro useranno tutti i giorni, come hai fatto innamorare me”. Dopo un po’ che parlavo, ho catturato l’attenzione dei ragazzi, ma mi sono reso conto che c’erano delle lacune. Allora ho detto loro: “io quando parlo di alberi con i bambini dell’asilo faccio così”; avevo davanti una lavagna gigante e - disegnando - ho spiegato gli alberi. Da lì è nato un progetto con il CNR di fare un libro che sia didattica dall’asilo all’università per spiegare cos’è un albero, grazie a 30 anni di lavoro con i bambini piccoli. I bimbi quando devono fare un gesto te lo raccontano con gli occhi e il vocabolario di un bambino. Ed è efficacissimo. Se io devo spiegare che il legno va scolpito mai contro vena, un bimbo che segue il padre in un corso di scultura gli dice: “ma non hai capito che il Lampo ti ha detto che il legno è un gatto che non devi mai accarezzare contro pelo?”. Geniale. Seguendo il pelo del gatto – che, fuor di metafora, è la fibra del legno – io amplifico e valorizzo la sua forma. Bellissimo.

Continua... 






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