Impressionismo made in Bielorussia: Leonid Afremov

Poche semplici pennellate larghe e mai abbastanza chiare... per scavare nella propria anima attraverso l'anima del quadro.

L’Arte è eterna, e per tutti coloro che pensano che le correnti artistiche illustrate nei libri di Storia dell’Arte siano solo riferite a un dato periodo storico, voglio parlare oggi di un grande pittore impressionista della nostra epoca: Leonid Afremov.

Nato a Vitebsk (Bielorussia, allora Unione Sovietica) il 12 luglio 1955 in una famiglia ebrea, si appassiona all’arte e alla grafica già in tenera età, e - dopo aver frequentato la scuola d’Arte cittadina e scoperto, fra gli altri, Dalì, Picasso, Chagall (suo concittadino) e l’italiano Modigliani - decide di accostare il suo personalissimo stile pittorico all’Impressionismo. Dopo il matrimonio, avvenuto nel 1975, la carriera da freelance pittorico e il trasferimento in Israele (appena dopo il disastro di Chernobyl, nel 1986) comincia a vendere le prime opere nei club locali, ma la vita da immigrato lo mette a dura prova e le possibilità di lavoro e di esposizione dei propri lavori sono quasi pari a zero; così, aiutato dal figlio Dmitry, comincia a vendere le proprie opere porta a porta e nel 1995 apre la sua prima Galleria e introduce quello che sarà il tratto distintivo della sua tecnica pittorica: l’uso della spatola. Tra il 1999 e il 2002 (quando si trasferisce in America) realizza diverse opere a tema jazz; nel 2004 i suoi lavori vengono immessi su Internet e Leonid Afremov viene finalmente raggiunto dallo sperato successo artistico.

Caratteristica fondamentale di questo artista che tanto apprezzo è la grande capacità nell’uso del colore. Che si tratti di semplici ritratti, paesaggi urbani o semplici scene d’arte “umana” passionale, sa rendere più calda e viva l’intera scena. Il buio, infatti, viene reso ancor più tale grazie allo sferzante uso dei colori accesi che, grazie alla loro caratteristica d’essere così visibili, si rendono partecipi di uno spettacolo di luci e illusioni che tanto piacciono ai fortunati fruitori.

Come i suoi più famosi predecessori (Monet, Manet fra i più celebri) anche Leonid Afremov ama ritrarre la scena nella sua semplicità: l’uso della spatola, allargando l’estensione della macchia di colore, mette in risalto la luce temporanea che ha caratterizzato quel momento, e la varietà della tavolozza crea riflessi, ombre, scintille come se la scena fosse reale e sempre immersa in una qualche luce naturale molto generosa. Allo stesso modo di Tina Blau e degli altri maestri figli di questa corrente così particolare, anch’egli limita le sue figure a poche semplici pennellate larghe e mai abbastanza chiare, quasi a voler lasciare che ognuno possa creare una storia sotto la valanga di colori impressi sulla tela. La scena è impassibile e nessuna emozione traspare dal tocco di Afremov: un segnale molto chiaro per coinvolgere il fruitore a entrare nell’anima del quadro.

Di primo acchito si potrebbe pensare che questo pittore ami usare i colori in tutte le loro varietà, ma l’intenzione è chiaramente ben più nobile. Le sue opere, quasi sempre ambientate nel buio, si rivelano anche ottimi spunti d’emozione: non a caso infatti, vengono usate in psicoterapia come metodo di riduzione dello stress. Così disse Vasilij Kandinskij: «Il colore è un mezzo per esercitare sull'anima un'influenza diretta. Il colore è un tasto, l'occhio il martelletto che lo colpisce, l'anima lo strumento dalle mille corde». Mi pare allora che Leonid Afremov non sia solo un pittore, ma un vero compositore d’emozioni: il suo spartito è sempre una canzone dai toni sia caldi che freddi, intima e silenziosa; la natura umana, in poche parole.






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