RICORDI VIENNESI: TINA BLAU

Uno dei nomi più importanti della pittura viennese, raccontata nella sala della Galleria del Belvedere.

Spesso, mi capita di ricordare con grande piacere il corto ma intenso soggiorno a Vienna dello scorso anno, e in particolare i tanti artisti conosciuti nelle visite ai musei, tra questi il Museo al Castello del Belvedere, dove era esposta anche Tina Blau.

Tina Blau-Lang nasce a Vienna nel 1845 da una famiglia di modeste condizioni. Il padre era medico nell’esercito austro-ungarico e fu il primo a supportarla a diventare pittrice. Prende lezioni da August Schaeffer, Wilhelm Lindenschmit a Monaco di Baviera; successivamente studia anche con Emil Jakob Schindler. Dopo la conversione alla Chiesa Luterana Evangelica e dopo aver sposato il pittore Heinrich Lang, nel 1889 si trasferisce a Monaco dove insegna paesaggio e natura morta alla Munich Artist’s Association. Dopo la morte del marito e svariati viaggi in Olanda e in Italia, fonda, nel 1897, insieme a Olga Prager, Rosa Mayreder e Karl Federn, l’Accademia Femminile Viennese, dove insegna fino al 1915. Muore appena un anno dopo, per problemi cardiaci.

Ciò che mi ha colpito di quest’artista, quasi sconosciuta in Italia, è la particolarità delle scene raffigurate: case, paesi, campagna, piccoli villaggi. Sebbene non si possa dare un’esatta definizione della corrente artistica da lei percorsa, l’ho sempre identificata come un’esponente del Post-Impressionismo, per la sua grande capacità di racchiudere anche i più semplici momenti della vita in poche semplici pennellate.

Il tratto, infatti, non è sempre preciso e spesso nemmeno molto fine, tanto che in molte sue opere i dettagli sono minimi e lo “sforzo” maggiore è del fruitore, che si deve allontanare per focalizzare la scena. Se questo carattere indispettisce qualcuno, tuttavia è la prova che l’artista osservava l’immagine nella sua complessità e nella sua immediatezza, senza voler interferire in alcun modo nel suo svolgimento. L’assenza quasi totale dei dettagli e dei particolari ricercati spinge chi osserva ad immaginare la scena nella sua più totale veridicità e crudezza.

La campagna viene rappresentata con semplici scene di natura contadina: i soggetti sono visti perlopiù di spalle e quando sono frontali sono privi di volto. Ciò non compromette il messaggio pittorico. Anche gli alberi sono rappresentati in tutta la loro dolcezza: curve lievi sembrano comunicare un certo dinamismo, quasi volessero essere rappresentati vivi e palpitanti. Una tecnica già nota, iniziata dal grandissimo Vincent Van Gogh.

Non solo scene campestri nei suoi quadri, ma anche giardini, parchi cittadini, paesaggi, tanti paesaggi. Essi vengono raffigurati nel loro fascino più grezzo: non ci sono dettagli perché ciò che percepisce l’occhio umano è il vasto, l’infinito, fonte di immaginazione e desiderio di una sana evasione mentale ed emotiva (come decantato da Giacomo Leopardi ne “L’infinito”).

Un’artista che vale la pena scoprire: tentiamo sempre di avvicinarci alle tele per cogliere i dettagli più nascosti, quando opere come queste vanno osservate ed apprezzate da lontano. Non è sempre l’occhio a dover essere soddisfatto: lasciate un po’ di spazio alla vostra immaginazione… Siate un po’ miopi, a volte l’Arte ne ha bisogno!






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