Belle arti

10 Mar 2016


Della «paperinità» o del sapere propedeutico dei fumetti

Immedesimandosi nelle vicende dei paperi barksiani ci si inizia a esperienze e ostacoli della vita reale

A febbraio è uscito sul «Corriere delal Sera» (25.2.2016) un articolo di Maurizio Giannattasio che poneva l'accento su alcune questioni fondamentali inerenti alla fruizione del fumetto. Ne cito uno stralcio, che ritengo di grande valore pedagogico-formativo:

«
Perché chi scrive è fermamente convinto che le strisce, che pur producono un godimento estetico puntuale e in alcuni casi dei capolavori, siano essenzialmente preambolo, introduzione alle future discipline che occuperanno la vita di quel bambino o adolescente che si rintana in un cantuccio con il suo personaggio preferito. In altre parole: insegnamento nel senso più ampio della parola. Anche Paperino è un proemio. Della vita etica».

Liquidare il fumetto, dunque, come mero svago, che se protratto troppo nel tempo diventa – agli occhi altrui – sintomo di infantilismo, è uno dei più frequenti errori educativi che l'adulto fa nei confronti del bambino e poi del ragazzo. Tanto più, quando questo si verifica nel mondo della scuola, dove esistono insegnanti che ai diversi livelli del percorso scolastico osteggiano la passione di certi alunni, spesso particolarmente creativi, per il fumetto. Questo denota anzitutto un'ignoranza di fondo circa il lavoro artistico-intellettuale che sta dietro alla produzione di una striscia semplice o di complesse tavole. Un'analisi anche superficiale di un fumetto di «Topolino» spesso concede al lettore-critico di rilevare delle precise scelte linguistiche di alto profilo, dentro le quali si celano giochi letterari e una studiata alchimia di arcaismi e neologismi, funzionali di volta in volta alla storia in questione. C'è il lavoro certosino di uno sceneggiatore, che nell'operare deve conoscere al meglio ogni artificio retorico, deve sapere le tecniche grafiche per prevederne la resa da parte del disegnatore, deve avere una raffinata formazione cinematografica per studiare l'equilibrio delle scene che si devono susseguire in un ordine ad effetto. Poi entra in gioco attivamente il disegnatore, che deve saper interpretare con la sua matita una infinita gamma di scenari e di pose, saper ricostruire inquadramenti storico-geografici in modo filologico o reinventandoli; il disegno di base andrà poi inchiostrato con perizia e – nel caso dei comics – anche colorato.

Questo valga a titolo di preambolo riassuntivo, per ridare coscienza di quanto e quale sia il lavoro fumettistico, che è ben distante dall'idea di gioco che poi noi viviamo sfogliandolo.

Torniamo ora all'articolo di Giannattasio, che prosegue:

«Cos’è la "paperinità"? Molto di più di un atteggiamento psicologico. Certo è anche questo: un guizzo improvviso, un’invidia morbosa o una bontà tanto più rara quanto inaspettata. Paperino ha provato tutti i lacci della natura paperomorfa: dall’ira alla paura, dalla pigrizia all’accidia, dalla pusillanimità alla temerarietà. Ma essenzialmente la "paperinità" è, per dirla in modo colto, un esistenziale, un vero e proprio modo di essere nel mondo, di incontrare le cose e di intrattenere rapporti con esse. Solo nella "paperinità" si incontra la Sfortuna in tutta la sua maestosità e la sua perfidia. Solo così si capiscono gli incontri che ognuno di noi fa quotidianamente con il suo Zio Paperone privato, con gli odiati Gastone della porta accanto che in un battibaleno ti rubano la fidanzata e il lavoro. Paperino non si arrende mai. Sa che lottare contro il suo cugino fortunato è lottare contro i mulini a vento, ma lui non desiste. Perché sa che esiste un principio etico di libertà irrinunciabile in grado di opporsi alla determinazione del mondo. Difficile non riconoscersi in questo Don Chisciotte senza idealità che copre con un velo di speranza il mal del vivere.»

Nella prospettiva di lettura di Giannattasio, che condivido appieno, Paperino e i suoi compagni hanno una funzione sociale non così dissimile da quella che ci immaginiamo essere stata propria dei poemi epici nelle civiltà arcaiche (solo che allora la cultura era affidata a un equilibrio di rapporti primari tra oralità e auralità, oggi siamo sempre meno sensibili invece all'ascolto e più allenati alla fruizione di immagini divulgate attraverso gli ingorgati canali mediatici dell'editoria). Attraverso vicende di fatto epiche, Paperino e Paperone ci accompagnano, spesso incarnandoli, tra valori e disvalori del Novecento e dei nostri tempi: attraverso questa trasfigurazione vissuta per mezzo dei nostri eroi disneiani, acquisiamo piena coscienza di un sistema di cose – etico, politico, estetico, economico – dentro il quale ci troveremo a vivere come adulti.
Ecco, allora, che questa gigantesca portata culturale del fumetto – segnatamente se di ambientazione paperopolese – può essere capita in un istante, se ci immaginiamo un anziano Andrea Zanzotto che, tra i mille altri volumi di poesia, di fisica, di belle arti o di teologia, legge divertito una striscia di Zio Paperone, trovandovi tutto il gusto della vera arte, di cui – a suon di onomatopee e baloons – ritroviamo le conseguenti tracce in suoi capolavori letterari come Gli sguardi i fatti e senhal (1969) o Il Galateo in Bosco (1978).

[Immagine: dipinto a olio di Carl Barks, il padre di Paperopoli e di gran parte dei suoi abitatori / fonte: google immagini]






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