Cinema

20 Feb 2018


A casa tutti bene

A dispetto del titolo, chiaramente ironico, i personaggi di Muccino stanno tutti male, alle prese come sono con conflitti interiori e contrasti familiari irrisolti. E vorrebbero dirci che questa è la realtà?

Attorno al nuovo film di Gabriele Muccino sono girate tante aspettative, sicuramente per il nutritissimo cast dei più importanti volti del cinema italiano contemporaneo (Favino, Tognazzi, Crescentini, Sandrelli e tanti altri). E il cast in effetti non delude. Non delude neanche la magica ambientazione ischitana. Delude, a mio avviso, la trama poco originale, troppo esasperata.

Una grande famiglia, che, come tutte, ha parenti che si vedono spesso e altri che non si vedono quasi più, si ritrova “unita” per festeggiare le Nozze d'Oro dei nonni Alba e Pietro sull'isola dove questi si sono trasferiti a vivere, in una splendida villa con vista sul golfo. Un'improvvisa mareggiata blocca l'arrivo dei traghetti e fa saltare il rientro previsto in serata, costringendo tutti a restare sull'isola, dove dovranno convivere per tre giorni. La vicinanza forzata – anche tra marito e moglie – porta alla luce segreti nascosti, problemi irrisolti e inaspettati colpi di fulmine. Lo sguardo dell'autore va e viene, fugge e ritorna, tradisce e si pente alla maniera dei suoi protagonisti e coerente con quel nomadismo sentimentale che è da sempre la sua cifra e che da sempre li riguarda. Per questo è un film che richiede attenzione nel comporre i vari pezzi di un nevrotico mosaico familiare che, tuttavia, appare quanto mai banale e stereotipato. Della serie: famiglie, coppie all’apparenza perfette ma con i fantasmi dentro gli armadi. È un escamotage ricorrente nella commedia italiana. Lo abbiamo già visto in “Perfetti sconosciuti”, dove i protagonisti chiusi in un appartamento si ritrovano vittime di un gioco che li porterà all’esposizione nuda e cruda della loro vita virtuale, parallela e nascosta rispetto a quella reale. Lo vedremo anche in “Sconnessi”, film in uscita il 22 febbraio, che racconta di una famiglia che si trova improvvisamente senza Wi-Fi e telefono in uno chalet di montagna. Anche in questo caso, la convivenza reale forzata - in mancanza di evasioni esterne, virtuali - porterà alla luce il non detto e il sopito, e i personaggi si troveranno a fare i conti con loro stessi e a dover resettare prima di ripartire.

Se il cinema racconta la realtà, penetrando le relazioni umane, cosa ci dicono queste produzioni? Forse che indossiamo sempre - pirandellianamente - una maschera, una per ogni situazione in cui ci troviamo? Allora chi siamo veramente? E come possiamo accordare fiducia agli altri? È necessario un atto estremo per venire allo scoperto?

Sento dire che questi film piacciono perché sono veritieri, reali. A me sembrano un po’ forzati, esasperati… ma forse è il mio sguardo ad essere ingenuo. Ammettiamo che questa sia la realtà… beh, meglio correre ai ripari! In questo senso, forse, una pellicola come “A casa tutti bene” può offrire qualcosa di buono: degli spunti di riflessione per ritrovare ed esorcizzare i nostri vizi, i nostri punti deboli. E allora la visione può svolgere una funzione catarchica, un po’ come accadeva per la tragedia greca. Quella messa in scena, del resto, è una vera e propria tragedia familiare da riscattare.








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