Abel, il figlio del vento

È appena uscito nelle sale cinematografiche un film intenso, dalle molteplici sfumature: una fiaba sulla crescita, nella cornice di bellissimi paesaggi alpini, ripresi con lo stile del documentario.

Siamo sulle montagne del Tirolo. In un nido, si schiudono delle uova d’aquila: i due pulcini, ricoperti da un morbido piumino bianco, vengono nutriti dalla coppia di genitori. Un giorno, però, il maschio muore in un duello aereo e la madre è costretta a lasciare il nido per procacciare il cibo. I pulcini, rimasti soli, cominciano una dura lotta per il predominio, fino a quando uno dei due, come spesso accade in natura, fa precipitare dal nido il più debole, il quale sarebbe certamente morto, se un cucciolo d’uomo, Lukas, figlio di un guardaboschi, non lo avesse raccolto. Così, la storia del ragazzino s’intreccia con quella dell’animale: Lukas, dopo aver perso la madre in un incendio, non parla più e ha un rapporto molto teso con il padre, anch'egli indurito dal dolore. Prendendosi cura dell’aquilotto, con il quale condivide l’esperienza dell’isolamento e la mancanza di affetto, Lukas, piano piano, comincia ad attenuare quel senso di vuoto. Ispirato dalla lettura della Bibbia, il ragazzo chiama l’aquila Abel, come il personaggio biblico (Abele) che era stato anch'egli vittima della crudeltà del fratello (Caino). Lukas e l’aquilotto divengono inseparabili, il loro rapporto è tenero e giocoso. Ma, una volta cresciuto, Abel dovrà spiccare il volo: un’aquila è nata per essere libera. Lukas sa che è un rischio per la loro amicizia, tuttavia, con amore e con pazienza, gli insegna a volare. Arriva il giorno in cui Abel, come era prevedibile, si allontana, ma, nel frattempo, anche Lukas è cresciuto e, grazie al rapporto con l’animale, ha acquisito consapevolezza di sé, sicurezza, fiducia nella vita... al punto da costringere il padre a un duro confronto, che farà emergere i suoi sentimenti più reconditi fino a favorire una loro riconciliazione.

Quella tra padre e figlio è una vicenda intima e personale, che tocca temi profondi e, forse proprio per questo, riguarda ciascuno di noi. Come anche il rapporto tra uomo e animale, che mette in scena l’eterna lotta tra la ragione e l’istinto, tra il desiderio di possesso e l’attitudine ad amare oltre lo spazio, il tempo, le nostre sovrastrutture mentali.

Seguendo l’intuizione di Jung, che vedeva negli animali il linguaggio primitivo degli archetipi, possiamo rintracciare nell’aquila la nostra quintessenza, il nostro spazio interno senza tempo, la via per conoscere noi stessi e il nostro Principio, l’armonia universale di cui siamo parte.

Su tutto domina il paesaggio: la montagna, le vette aspre, le dolci vallate, il manto nevoso invernale… fotografie magistrali che ci fanno compiere un viaggio tra la natura selvaggia, la quale, con le sue leggi, ci riporta alle radici, alla nostra anima, ricongiungendoci per novantacinque minuto con il Tutto.    

Il film è diretto da Gerardo Olivares e Otmar Penker, che hanno dedicato molti anni all’osservazione ravvicinata di due pulcini di aquila, scrutandone, in particolare, la crescita e l’interazione con gli esseri umani. Questo lungo lavoro di preparazione ha prodotto immagini documentaristiche di altissimo livello, cui il grande schermo rende giustizia. Le riprese, sia dei rapaci che degli altri animali che popolano le vallate e le cime dell’area del Tirolo, si integrano alla perfezione con la vicenda narrata, la quale ha tutto il fascino di una fiaba e la profondità di un racconto di formazione.








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