COLLATERAL BEAUTY

L’ultimo film di David Frankel è una storia delicata e commuovente, farcita di grandi temi universali

Sono contenta di non aver letto critiche e recensioni prima di andare al cinema a vedere “Collateral Beauty”. La visione del film ha toccato in me tasti profondi, urtando e carezzando a un tempo la mia sensibilità. Per questo mi ha sorpreso leggere poi tante critiche negative: in generale si dice che questo film non ha nulla di nuovo da dire, ma ricalca vecchi cliché e scade nel «melodramma facile», nel «kitsch dei buonissimi sentimenti».

Ora, io credo che per guardare “Collateral Beauty” occorra spogliarsi del cerebralismo che affligge la società contemporanea e lasciarsi avvolgere da quell’alone di mistero che trapela in ogni sequenza del film e nella vita stessa. Non c’è nulla da capire in questa pellicola. C’è solo da lasciarsi andare per cogliere la “bellezza collaterale” che è presente in ogni cosa, perfino nel lutto che toglie e dona.

Sarebbe troppo riduttivo spiegarne la trama, che si compone di tanti piccoli tasselli abilmente intrecciati. Mi concentrerò, pertanto, più sul valore semantico dei fatti. Howard (Will Smith), manager di successo di una grande azienda, è colpito dalla tragedia della morte della figlia di sei anni, e molla la presa sulla realtà. Lui vive, ma la vita non lo tocca più. Con questo, l’esperienza del lutto non è banalizzata, ma affrontata per quel che è: una tragedia che, a volte, non si è in grado di metabolizzare, perché urta la sensibilità e lacera violentemente l’orizzonte di senso in cui si colloca l’identità personale.

Ma mentre qualcuno soffre, il resto del mondo va avanti. Ecco allora inserirsi nella trama della storia alcuni personaggi secondari, i quali s’illudono di poter tessere le fila del destino con un cinismo disarmante e, al tempo stesso, provvidenziale. I tre soci e amici di Howard (interpretati da Edward Norton, Kate Winslet, Michael Peňa), senza troppi rimorsi, escogitano un piano per evitare che l’azienda fallisca: fanno seguire Howard, ne violano l’intimità e scoprono che, nella muta immobilità del suo dolore, egli scrive delle lettere cariche di rabbia al Tempo, all’Amore e alla Morte. Ed ecco l’idea: assoldare tre teatranti affinché impersonino tali entità astratte e dialoghino con Howard in luoghi pubblici. Ogni scena viene filmata con montaggi ad hoc per poter dichiarare l’instabilità mentale di Howard ed escluderlo così dall’azienda.

A questo punto i piani si confondono e tutti i personaggi sono di fatto trascinati in un vortice di riflessioni che scaturiscono da storie personali e da stati d’animo viscerali. Le provocazioni di Tempo (Jacob Latimore), Amore (Keira Knightley) e Morte (Helen Mirren) scuotono Howard e lo riportano alla consapevolezza che la sua vita non è finita, anzi può ancora riservargli delle sorprese... (come si vedrà nel finale). I teatranti riescono a recitare bene la loro parte perché ci mettono la loro vita, le loro esperienze, le loro emozioni. E i tre soci, apparentemente insensibili, vengono essi stessi scossi dalle provocazioni che muovono ad Howard, perché ciascuno cela dentro di sè una personale sofferenza. Si crea così una sorta di metateatro in cui non si sa bene dove finisce il recitare e dove cominci la vita reale.

Ciò che rimane alla fine del film – che pure mette in scena la sofferenza – è un’iniezione di carica e di fiducia nella vita. Per questo credo che, al di là dei tecnicismi e delle riflessioni analitiche, sia un film riuscito. Più che suscitare ragionamenti, questa pellicola invita a pensare con il cuore. La vita innanzitutto richiede sensibilità e coraggio.






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