Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet

“Le gocce d’acqua prendono sempre la strada con la resistenza minore. Per gli uomini è esattamente il contrario”.

Il favoloso mondo di Amélie è uno di quei film che in pochi non hanno visto e apprezzato. E Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet è un altro esempio del genio di Jean-Pierre Jeunet, il regista che anche per questo suo altro fiabesco film ha ricevuto vari premi e riconoscimenti.

È la storia di un bambino prodigio di 10 anni. In una bellissima fattoria sperduta tra i campi del Montana, dal papà cowboy e dalla mamma naturalista appassionata di insetti, è nato lui, T.S., “la mente scientifica”. La sorella maggiore vuole diventare una donna di spettacolo e il fratello gemello di T.S. avrebbe seguito le orme del padre se non fosse stato per quel terribile incidente che lo ha strappato alla vita troppo presto. In questo contesto familiare, così eterogeneo per caratteri e interessi, T.S. ha potuto coltivare la passione per la scienza, per le scoperte e le invenzioni.

Il suo cimentarsi sempre in nuove imprese e i suoi bizzarri obiettivi lo dirigono verso una meta precisa, lo Smithsonian Institution di Washinton D.C., dal quale è stato chiamato per ricevere il premio al miglior inventore, lo Spencer Baird Award. Nessuno però sa che lui è solo un bambino, pensano che sia un adulto e inizialmente lui fa di tutto pur di non farsi scoprire. Quel premio però gli spetta di diritto e per niente al mondo vuole rinunciarvi.

Inizia quindi il suo rocambolesco viaggio: esce di casa la mattina molto presto, senza dire niente a nessuno. La valigia è più grande di lui, salta abusivamente sul treno in corsa, non ha cibo con sé e sa a malapena che direzione prendere. Ma ovviamente, per una serie di fortunati e sfortunati eventi, riuscirà nella sua impresa che si dimostrerà ancora più grande di quel che pensava.

Tra tutti i magici incontri che vive, ce n’è uno in particolare che gli trasmette un importante insegnamento. Un vecchio vagabondo che vive nascondendosi tra i treni merci lo prende con sé per ripararlo dal freddo e dargli qualcosa da mangiare. E gli racconta la storia di un uccellino che, smarritosi in una notte rigida, cerca riparo tra i rami di un pino. Il pino però non è fatto per dar asilo, i suoi aghi non gli permettono di trattenere fuori il freddo e non si sente di poter essere d’aiuto. Ma è proprio grazie a quel pino che l’uccellino riesce a passare indenne la notte. “Non so dove tu stia andando, ma troverai il tuo albero di pino” è l’augurio - che suona molto di promessa - con cui il vecchio vagabondo saluta T.S.

Un film che emoziona e fa riflettere, fa piangere e ridere allo stesso tempo. Una pellicola che, tratta dal libro Le mappe dei miei sogni di Reif Larsen, racconta a mo’ di fiaba la dolcezza e l’innocenza di un figlio che, per spurgarsi del senso di colpa per la morte del fratello gemello, si mette a dura prova per vivere un percorso di redenzione. Raggiunge lo Smithsonian Institution, partecipa alla cerimonia di consegna del premio, vive il suo momento di gloria davanti al grande pubblico. Ma poi torna tra le braccia della mamma che, preoccupata a morte per la sua assenza, lo ha cercato disperatamente per tutto il tempo. E nel momento finale si dissolve tutto quel silenzio che da sempre ha aleggiato intorno alla scomparsa del fratello e alla presenza di T.S. sul luogo dell’incidente…

Con questo viaggio, che in qualche modo può essere trasposto nella vita di tutti noi, T.S. ha percorso indubbiamente la strada con la più grande resistenza, ma gli ha anche permesso di trovare il suo pino. Promessa mantenuta.






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