Paradise Road. Quando si dice che la musica salva…

Singapore, 10 febbraio 1942. Siamo nel bel mezzo della Seconda Guerra Mondiale, ma in questa incredibile storia vera i protagonisti non sono i soldati bensì le donne. Al Cricket Club si sta tenendo una serata di gala tra musica, balli e lustrini quando la città viene bombardata dai giapponesi. Donne e bambini vengono fatti imbarcare per essere trasferiti in un posto più sicuro. Direzione: Europa. Tempo stimato: 5 settimane. Tempo effettivo: pochi giorni. E la nave viene nuovamente attaccata dai nemici. Per le intoccabili signore dell’alta borghesia non rimane che buttarsi in acqua per provare a salvarsi la vita.

Le superstiti - Adrienne (Glenn Close), Susan e Rosmary - vengono catturate e portate a Sumatra, in un campo di concentramento dove trovano già decine e decine di altre donne provenienti da ogni dove. Inglesi, olandesi, portoghesi, americane, australiane e giapponesi si trovano ora a convivere tutte insieme in condizioni igieniche pessime, con poco cibo, costrette ai lavori forzati, picchiate e malmenate. Litigano per le misere scorte alimentari, per un pezzo di sapone. Molte muoiono di stenti, di fame, di malattie. Una addirittura bruciata viva. Altre si prostituiscono al Quartier Generale dei giapponesi.

Incredibilmente rimane sempre - in fondo in fondo - un velo di positività e speranza. Molte donne continuano a dire che la guerra durerà poco e che a breve i loro uomini andranno a prenderle. Adrienne in particolare, con il suo forte carattere da leader, è restia a sottomettersi al potere dei giapponesi e, nonostante le batoste e le minacce di morte, riesce a convincere diverse compagne di sventura a fondare un coro. O meglio, “un’orchestra vocale”, vista l’assenza di strumenti. Perché possono privarle di tutto, ma non certo della voce, del coraggio e della loro potente, inspiegabile forza d’animo. Si fa aiutare da Daisy, una volontaria, per scrivere la musica su pezzi di carta già consumati e per fare le prove di nascosto.

Ormai è Natale quando arriva la gran sera. Cinquanta donne, una baracca in mezzo al campo di concentramento, Adrienne dirige, chi non canta fa da spettatrice. E 3, 2, 1… inizia il coro ed è come se il tempo si fermasse, l’aria è piena del loro canto, le voci diventano pian piano una cosa sola. È un suono così angelico che anche i giapponesi ne rimangono incantati. Immobilizzati. E dopo quel grande successo -una piccola ma significativa gioia dopo tanta sofferenza - ne seguono altre di serate così. Momenti magici… all’inferno. Questa unione, tanto pericolosa quanto salvatrice, è l’unica cosa su cui possono contare.

Appena prima dei titoli di coda, viene raccontato che tra il ’43 e il ’45 si sono tenuti più di 30 concerti e che tra molte di queste donne si è instaurata una profonda e sincera amicizia. E non poteva che essere così, visto che sono state, letteralmente, le une la salvezza delle altre. Alla fine, dopo anni di detenzione, la guerra finisce e i giapponesi se ne vanno. Passarono due settimane prima dell’arrivo dei soccorsi.

Non è un bello spettacolo, per niente. Ma un gran bel film questo sì. “Una Glenn Close da Oscar”, hanno scritto. Interpretazioni mirabili e una storia straziante e molto commovente. Fatta di sofferenze e maltrattamenti per noi - per fortuna - inimmaginabili, ma fatta anche di amicizia, aiuto reciproco, solidarietà, condivisione e collaborazione. Una di quelle storie al limite dell’impossibile, se non fosse che è tratta da fatti realmente accaduti e dalle testimonianze di Helen Olijn e Betty Jeffrey, due di quelle povere, sfortunate donne rimaste vive così a lungo da poterla raccontare.






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