Still Life: amore sovrabbondante

C'è chi nel nascondimento si prende cura del prossimo senza aspettarsi nulla in cambio. John May, il protagonista del film Still life, è uno di questi uomini che passeggiano ai margini della nostra percezione: ci passa accanto e non ne accorgiamo, eppure forse è l’unico, in questo mondo distratto e indifferente, a fare la differenza, a distinguersi. 

Il film di Uberto Pasolini, uscito nel 2013, racconta di John May, impiegato municipale londinese che da più di vent’anni si occupa di dare sistemazione a coloro che muoiono in completa solitudine. Entra nelle loro case, raccoglie oggetti e fotografie nella speranza di rintracciare un parente o un amico, si occupa del funerale (cui è il solo a partecipare insieme all’officiante), prepara l’elogio funebre ricostruendo la vita di queste persone attraverso i pochi frammenti che riesce a raccogliere. E lo fa con un amore profondo, una cura meticolosa. Perché nessuna vita è senza valore.

Il suo mondo è di pochi colori e di poche parole: egli stesso non ha famiglia, non ha amici, vive solo in una stanzetta compiendo sempre metodicamente le medesime azioni. Ma in questo grigiore anonimo e ripetitivo della sua vita affiora, appena al di là della superficie, qualcosa…

John vive il suo lavoro come un modo per accompagnare le persone nel loro congedo dal mondo; per queste persone è lui stesso il mondo da cui prendono congedo. E per John il rito funebre è una celebrazione di vita: ogni persona che accompagna non è un ramo secco da mettere da parte rapidamente, ma una storia, un volto... Ecco che, al di là delle apparente, John May emerge come una persona interiormente molto ricca e buona in uno scenario povero e desolante. Addirittura, in una scena, lo vediamo sfogliare un album in cui conserva appuntata qualche nota o qualche fotografia delle persone che ha accompagnato nel funerale. Nessuno le ricorda, nessuno ne sa nulla; lui sì.

Un giorno, però, all’improvviso, John viene licenziato. Il capo ufficio gli dice: “Lei è meticoloso ma troppo lento. Dovendo tagliare i costi, possiamo fare a meno di lei: i funerali sono per i vivi, per chi partecipa, non per i morti; se uno muore da solo è già sepolto, è già trapassato”. Così anche John diventa un ramo secco, scartato; entra anche lui – lui che è l’inutile – nel regno dei morti. Il capo ufficio conclude dicendo: “Beh, la prenda come un’occasione per cambiare vita”. Quell’uomo sgarbato non lo sa, ma le sue parole sono profetiche: John ottiene di poter concludere la pratica che aveva iniziato qualche giorno prima e che riguarda il suo vicino di casa, un uomo morto solo di cui non si era mai accorto prima, non si erano mai incrociati. Era un uomo dal passato violento, che aveva abbandonato la figlia. John si mette a cercare la figlia e, a poco a poco, con questa ragazza s’intreccia uno sguardo di simpatia, che poi diventa affetto, che poi diventa… E si apre per lui un orizzonte nuovo, inaspettato, sorprendente. Lo vediamo per la prima volta nel film mettersi un maglione colorato! La sovrabbondanza di bene che ha seminato gratuitamente, senza chiedere nulla in cambio, ora fiorisce in lui. Era un ramo secco che aveva però radici molto profonde, radicate nel Bene e nell’Amore, oserei dire, nel cuore stesso di Dio. Dove tutti vedevano morte e tristezza, lui vedeva volti e storie da mantenere in vita custodendoli nel tempio della propria intimità.

John aveva un unico grande desiderio per sé: essere sepolto in un luogo dove spesso andava a distendersi, su un prato sotto un albero. Ma quando si accorge che per quest’ultimo uomo che sta accompagnando non c’è più posto, gli cede il suo. La sua ricchezza interiore è così profonda da potersi spogliare anche del suo unico sogno. È vita che si fa dono.

Eppure agli occhi della società questa vita appare come un ramo secco che va tagliato! Quanta vita c’è invece nella natura (che sembra) morta! Se morta, al contrario, fosse la società? Quanto girare a vuoto! Quanto fare senza uno scopo! Fintando che il valore di una persona è subordinato ai criteri dell’efficienza e della produttività, c’è già morte in vita: ci illudiamo di essere produttivi ma produciamo cose che in verità non ci appartengono, e intanto la nostra linfa vitale si secca. Essere riconosciuti per quello che siamo e guardare all’altro per quello che è, prendersi cura della comune umanità, è vivere e fiorire.

Se sei radicato nell’amore sarai sorgente di bontà, sarai fecondo di bene e la vita ti si riverserà in grembo.






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