Stormi, il regalo di un giovane regista vittoriese alla nostra comunità

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Ama la musica, suona la chitarra e il pianoforte, canta. È di Vittorio Veneto ma ha vissuto per diversi anni all’estero, ha studiato a Bologna e a Roma, lavora un po’ ovunque. E già da qui si percepisce la forte vena artistica e il carattere curioso di Stefano Faraon, poco più che trentenne, regista di Stormi. Storie di migranti e accoglienza nel Vittoriese.

Presentato per la prima volta lo scorso 25 luglio al Lago Film Fest, Stormi è il documentario completamente pensato, sviluppato, girato e montato da Stefano. 55 minuti di racconti forti e toccanti, di nuove conoscenze, di lunghi tragitti. Di sacrifici e sofferenze, ma anche di speranza e rinascita.

Stormi è il portavoce di storie di giovani ragazzi immigrati e del loro viaggio dall’Africa fino a Vittorio Veneto, passando per Tripoli e Lampedusa. E passando soprattutto attraverso fatti ed eventi per noi difficili da immaginare, per loro dolorosi da ricordare. Non si tratta però di mera narrazione, quanto di un omaggio alle preziose relazioni che si vengono a creare tra i due protagonisti di questo documentario: da un lato gli immigrati e dall’altro i numerosi volontari che, giorno dopo giorno, aiutano come, quando e quanto possono questi ragazzi affinché riescano ad integrarsi al meglio nelle realtà del nostro territorio.

Ho avuto il piacere di incontrare Stefano per fargli qualche domanda. Ovviamente, come prima cosa, ero curiosa di sapere com’è nato questo progetto.

Mi ha raccontato che mentre studiava all’Accademia CineTeatro di Roma, ha iniziato a collaborare con l’Università LUISS per un progetto che coinvolgeva diverse associazioni. Seguendo con la sua telecamera alcune studentesse, ha trascorso tre giorni a Lampedusa ascoltando le storie di molte persone immigrate. Sicuramente un’esperienza non da poco. “Sono stati solo tre giorni, ma molto intensi e avrei voluto avere più tempo per affrontare il tema dell’immigrazione. Se non lì, almeno in futuro”. Un pensiero che ha il sapore del desiderio. E un po’ anche della promessa.

Una volta tornato a Vittorio Veneto, ha quindi preso contatto con le associazioni del territorio per partecipare ad un bando indetto per favorire un clima di solidarietà rispetto al tema dell’immigrazione. Ha presentato un progetto tutto suo: realizzare un video di testimonianze perché “è fondamentale per me capire cosa succede a casa mia”. L’idea di questo documentario nasce quindi da un impellente bisogno personale ma è per natura destinato ad un pubblico molto ampio.

Così ha conosciuto Carlo De Poi, della Consulta dell'Associazionismo Culturale Vittoriese, Renzo Busatto dell’Associazione 12 Ponti, Roberta Benato della Rete di Cittadinanza Solidale e tanti, tantissimi altri. Ma soprattutto è così che ha conosciuto Badian, 22 anni di Mali, uno dei protagonisti principali del documentario.

Poi ho chiesto a Stefano quanto ci fosse di suo nel film. “Praticamente tutto”, mi ha risposto. Il progetto è completamente farina del suo sacco: ha scritto la sceneggiatura, ha deciso quali storie raccontare, ha pensato alla musica scegliendo quella di Andrea e Ivan, due suoi amici che suonano, proprio come lui. E ovviamente ha girato ogni scena e montato il tutto. “All’inizio doveva essere una cosa breve, poi continuavo a conoscere persone e ascoltare storie e alla fine ci sono voluti 8 mesi di lavoro per portare a termine il documentario”. Da novembre 2017 a luglio 2018. Giusto in tempo per la presentazione al Lago Film Fest. Giusto in tempo per l’anniversario della morte di Tommaso Corazza cui è dedicato il film.

Tommaso, giovanissimo, è venuto a mancare una notte d’estate dello scorso anno. I suoi genitori fanno parte dell’Associazione 12 ponti e lui stesso era molto attivo nel sociale. Stefano non li conosceva prima di iniziare a lavorare a questo progetto, così come non ha mai conosciuto personalmente Tommaso. Ma strada facendo, ha voluto dedicare proprio a lui questo suo lavoro “perché è come se fosse stato il filo nascosto che legava tutti i personaggi”, il comune denominatore tra le persone intervistate e le storie raccontate.

Le difficoltà incontrate in questi mesi di lavoro? In fondo Stefano ha avuto a che fare con persone di lingua e cultura molto diverse dalle nostre… “Il mio lavoro è stare con le persone, parlarci, farle sentire a loro agio”, trovare la chiave per farle aprire e raccontarsi, in questo caso più che mai. Per affrontare la barriera linguistica, forse il più grande ostacolo comunque superabile, ha seguito un corso di francese, ma fondamentalmente non ci sono stati reali problemi o grandi difficoltà. “Migliaia e migliaia di ore di interviste viste e riviste per cercare di dare senso estetico al documentario”, ma questo fa parte del lavoro. Forse, a spiazzarlo un po’ di più, è stato invece il forte carico emotivo che conoscenze e nuovi incontri hanno suscitato in lui. Ho avuto l’impressione che questo rappresenti molto probabilmente una di quelle cose che gli rimarranno dentro per molto tempo. Perché ovviamente c’ha messo la testa, ma ci ha messo soprattutto il cuore. E si percepisce chiaramente.

Già così si capiscono molte cose, ma ho comunque chiesto a Stefano quale fosse lo scopo di Stormi.

La necessità di archiviare testimonianze di persone che permangono per poco tempo nel nostro territorio” perché funziona così, mi ha spiegato: una volta che hanno ottenuto il permesso di soggiorno devono uscire dal CEIS e trovarsi un lavoro e un altro posto dove stare. Stefano ha voluto “dare voce anche alle persone che fanno volontariato. A chi è ospitato e a chi ospita quindi”. E poi, cosa che ha voluto sottolineare, “non volevo trasmettesse un sentimento di pena, ma che fosse semplice da comprendere, che arrivasse a tutti. E che in qualche modo potesse essere utile alle persone affinché non si sentano sole, ma che siano contente e che ringrazino di conoscere il prossimo. E che se qualcuno vuole fare qualcosa almeno ora sa a quale campanello suonare”.






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