Letteratura

14 Ago 2020


“Il druido delle chiocciole” di Henri Vincenot

Una perla rara. Questo è quel che penso del libro “Il Druido delle chiocciole” di Henri Vincenot, uno dei più belli e avvincenti che abbia mai letto ma al contempo, anche uno dei più ardui da affrontare quando c’è da scriverne: è semplicemente troppo. Troppa saggezza, narrazione e passione: e questo è ciò che in assoluto lo rende un capolavoro.

Profondo conoscitore delle antiche pratiche celtiche della Borgogna, regione a cui egli è affezionatissimo, lo scrittore, pittore e scultore francese Henri Vincenot esprime tutto il proprio sapere e genio in quello che non è puramente un romanzo, ma una guida alla riscoperta delle proprie radici borgognone.

La Gazzetta, soprannome dato ad un anziano che professa di essere immortale e “il druido delle chiocciole”, trascorre la sua esistenza vagabondando da un angolo all’altro della regione seguendo le antiche rotte astronomiche e mistiche segnate dai druidi: le sue fantasticherie, spesso fomentate dai popolani, finiscono per indurre Gilberto, giovane proprietario della tenuta della Rouéchotte, a perseguire i propri intenti di “grattalegno” (scultore ligneo, ndr) nonostante il rimprovero della famiglia, che lo crede ammattito per colpa della Gazzetta. I due, infatti, si sono convinti di poter ridare lustro ad un’antica cappella miracolosa sotto la quale però, si cela un’eredità ancor più grande.

L’incontro con un critico d’arte però scompiglia i piani: Gilberto, deluso e affranto, si lascia trascinare a Parigi (lasciando così la Gazzetta e la fidanzata Eva Goë dove inizierà a frequentare la scuola d’arte scoprendola inutile e lontana dal suo concetto di arte. La nostalgie dalla terra di Borgogna, i paroloni vuoti degli esperti e i vizi della capitale lo portano rapidamente a fuggire: assieme ad un conterraneo scalpellino, inizia a lavorare finché, con un colpo di fortuna, ritorna finalmente alla propria casa.

Dopo varie vicissitudini (come la distruzione della Passione da lui scolpita, l’incidente di Eva, le incursioni nelle cattedrali e le visite alla cappella della Biscia) avviene un grande miracolo: le profezie della Gazzetta si sono avverate, ed Eva guarisce improvvisamente dal suo male. Il miracolo però, com’è scritto, è ben più grande e molti si vedono rinati.

Vincenot, cultore della cosiddetta civiltà lenta e dell’epoca ante-automobile e ferrovie (benché spesso ricorrenti nelle sue opere in quanto figlio di ferrovieri), conduce il lettore in una storia d’altri tempi: il mondo contadino da lui descritto, ancora libero dalla frenesia tipica della modernità, è impregnato di semplicità, schiettezza (ben espressa da un sapiente e considerevole uso del dialetto borgognone, la lingua d’Oïl, e del gergo locale) ma anche di amore, spiritualità, saggezza e riflessioni. Attraverso le parole della Gazzetta, l’autore rimarca l’identità borgognona collegandola alle eredità celtiche di cui è cultore e profondo conoscitore: per quanto spesso parli di archeoastronomia o semplici collegamenti fra numeri e forme in chiave simbolica, la connessione col presente appare sempre naturale e mai banale.

Un libro consigliatissimo specialmente a chi, come il sottoscritto, ama poter rileggere il proprio quotidiano con una chiave di riflessione in più. La facilità di lettura, resa possibile anche dallo sdoppiamento della narrazione, vi lascerà impressionati: badate però di non dare troppa corda alla Gazzetta, o i suoi discorsi vi faranno davvero girare la testa!






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