La via di Padre Clemente Maria

Ripercorrere la vita di Rebora: affetti, religione e letteratura, gli incontri con Sibilla Aleramo e Lydia Natus e quello mancato con Carlo Michelstaedter
«Non la conoscenza ci avvicina ai santi, bensì il destarsi delle lacrime che dormono nel più profondo di noi. Soltanto allora,
grazie alle lacrime, approdiamo alla conoscenza e comprendiamo come si possa diventare santo dopo essere stato uomo.»
(Emil Cioran, Lacrime e santi)

 

Dino Campana, dopo un pellegrinaggio sul monte Verna, all'addiaccio per quindici giorni, in una solitudine quasi mistica, trova il suo destino di poeta, a metà tra la santità di Francesco e la pittura di Andrea del Castagno. Nell'autunno dello stesso 1910, prende in affitto una camera da un'anziana signora di Campigno, nella sua Romagna toscana, e qui «armato solo della sua fama di matto» (Sebastiano Vassalli) legge, scrive e scorrazza tra i monti. Così fatto, si presenta alla comunità letteraria, rappresentata da Soffici e da Papini, ma il suo canto si trasforma in grido, sfigurato dallo sforzo di ripetere la propria litania. Vagabondo, ritorna alla libertà, internato nell'Ospedale psichiatrico di Castel Pulci.

Qual è il confine che divide la follia dalla santità? Clemente Rebora muore il primo novembre 1957, giorno di Ognissanti, dopo una malattia che lo costringe a letto come un «tronco inerte» (Roberto Rebora). Nel 2015 appena concluso è ricorso il centotrentesimo anniversario della buona novella del sei gennaio 1885. Ma questa data ricorda solo la nascita del fanciullo, perché Rebora fino all'età di diciannove anni vive – per sua stessa confessione – «in un'ignoranza fanciullesca sebbene selvaggiamente esuberante». Studente modesto, compie le sue letture per passione e non per erudizione, accompagnandole a continue escursioni in montagna ed esercizi al pianoforte. Sul finire del 1909, dopo un tentato suicidio durante un'ascesa, afferma la sua «interezza di coscienza» con le parole, destinate al padre, «Io sto con Buddha, Cristo, Dante, Bruno (…) e Leopardi», a cui si aggiungono presto Nietzsche, Dostoevskij e Tolstoj. Inizia così la sua attività poetica, componendo quella «fungaia» di versi pubblicati dalla Libreria della Voce nel 1913, col titolo di Frammenti lirici.

Scrive Rebora, in apertura:

L'egual vita diversa urge intorno;
cerco e non trovo e m'avvio
nell'incessante suo moto:
a secondarlo par uso o ventura,
ma dentro fa paura.

In quale altro modo può iniziare il proprio canzoniere, un ventenne che da poco tempo si è accorto di essere di fronte alla vita?

Vorrei palesasse il mio cuore
nel suo ritmo l'umano destino,
e che voi diveniste – veggente
passione del mondo,
bella gagliarda bontà –
l'aria di chi respira
mentre rinchiuso in sua fatica va

Come chi scopre che non c'è solo una vita, ma infinite vite possibili, Rebora si affida all'umano destino, ma non come qualcosa di deterministico in cui non ci sia spazio per la libertà e per la coscienza. Rebora domanda il destino umano. Non chiede uno sconto della pena, ma invoca la passione e la bontà affinché siano loro, e non altri, a indicargli il suo destino di uomo, la sua scelta. E se è vero che si domanda solo ciò di cui si ha la risposta, forse Rebora vuol dire: voglio che la bontà e la passione siano i miei strumenti per operare come uomo nel mondo. Ma come avere il coraggio e la sfrontatezza di certe sicurezze quando è il cuore, lo stesso organo a cui si affida il timone di se stessi, a vacillare in ogni istante?

Qui nasce, qui muore il mio canto:
e parrà forse vano
accordo solitario;
ma tu che ascolti, rècalo
al tuo bene e al tuo male:
e non ti sarà oscuro

Il giovane Rebora non ha fiducia in se stesso, e come tutti i poeti adolescenti, scrive, si espone, emerge, ma subito si ritira e si nasconde. Prova vergogna di dire, di far emergere quello che sente, perché sa che scrivendo i propri pensieri, essi tradiranno l'emozione da cui sono nati. Ricadono parole come gocce d'inchiostro sulla pagina bianca, ma non assomigliano alle lacrime che rimangono dentro. Così nasce una poesia, ed è questa la sua morte: da una lacrima che si trasforma in parola. «S'io pubblicherò alcuni pochi frammenti lirici – orribili come poesia – rivedrà codesti contrasti; ma anche allora la mia riputazione si macchierà, perché l'espressione assoluta e impagliata falserà il sentimento ch'era sotto nascendo, e tutte le altre realissime mie tendenze non appariranno», scrive alla Malaguzzi il sedici novembre 1911. Ai cento, o cinquecento, lettori della prima edizione, chiede di non giudicare i propri versi come composizioni patetiche di un solitario, bensì di accostarsi con la stessa propensione d'animo dell'autore, ma specchiata. Lo scrittore, e il poeta in particolare, chiude all'interno di gabbie le proprie emozioni, e fa dono non richiesto a chi forse non vuole o non sa leggere. Il lettore, da parte sua, deve capire questo meccanismo e riuscire a sciogliere le formule oscure della lingua, spezzare le catene del linguaggio, per incontrare l'autore ormai spoglio di sé, nudo, senza più alcuna protezione, di fronte alle proprie emozioni. Infatti, citando Céline, in principio non era il verbo ma le emozioni.

Nato il fanciullo, formato il poeta, il Rebora-uomo emerge solo dopo l'incontro con la scrittrice Sibilla Aleramo, a cui si lega emotivamente, anche se deve dividerla con i Cascella, i Boine e i Campana di turno. Fin da subito, però, a lei si sovrappone una pianista russa, Lydia Natus, con cui Rebora va a vivere al numero 3 di via Tadino. Iniziano una storia d'amore tormentata dal «fango dei giorni» e da quello delle trincee della prima guerra mondiale, fino a quando un'esplosione ravvicinata di un Obice da 305 lo ferisce alla testa, causandogli un grave choc nervoso che lo porta alla celebre diagnosi di «mania dell'eterno» e all'internamento in manicomio. Sono del sei gennaio 1917 i versi La più lunga notte dell'anno è l'angoscia; il più lungo giorno, il dolore, pubblicati sulla rivista La Brigata. Il più lungo giorno è anche il titolo che il giovane Campana dà alla prima redazione dei suoi Canti orfici, manoscritto perduto per colpa e ignoranza di Soffici, e in questo modo i due poeti, i due pazzi, i due santi, si ritrovano nelle tenebre del giorno, dopo essersi fatti compagnia sulle alture dove «l'aria è pura, e si può scorgere più mondo che non mai» (Nietzsche). La prosa Calendario, che contiene questi versi, continua: Tra l'uno e l'altro, declinare è l'amore, aumentare è l'orrore. (…) Ci sono appena rapide giunture di giorni, ove scocca la luce, baci di vita: ma fra due bocche sono i baci, della sorte e della morte; e è suono d'aria, la solitudine. (…) Ma se ognuno fosse per nessuno, uno e la vita, dono e donna: comunque, frutto nostro; buono buono, non sfuggire.

Tra il 1919 e il 1920, in un momento in cui l'esistenza sembra sopportabile, Rebora e la sua lucciola si lasciano, dopo essersi scambiati tutto ciò che potevano donarsi, e Lydia si trasferisce a Parigi con il pittore Massimo Campigli.
Rebora sopravvive alla guerra, ma la violenza e la morte lo segnano per sempre. Scrive all'amico e pittore Piero Furlotti: «Io son sempre qui, come un viaggiatore senza biglietto in attesa alla stazione. (…) sono in uno stato come d'avvelenamento, in grazia di uno spasmo nervoso al ventre; (…) ho come un mondo enorme che non esce fuori; ma io lotto in ogni minuto per salvarlo, sebbene il mio corpo tenda a colare come piombo a picco». E ancora: «Io sono in una penosa condizione, come un centro fuori del cerchio (…); in tutto il mio essere, da tempo si agita qualcosa che ancora non intravvedo, e al quale non so quindi ubbidire». Sono gli anni in cui approfondisce la conoscenza della letteratura russa, studia la cultura e la filosofia indiana, e legge Rabindranath Tagore, ma si sente ancora uno spirito senza alcuna chiesa, un «religioso di nessuna religione». Nella lettera del ventiquattro agosto 1923 all'amato fratello Piero, confessa: «La mia invocazione perenne è: Signore, concedi ch'io meriti tanto da poter capire con chiarezza cosa voglia questo impeto che m'urge dentro, così da trovare giusto posto e forza al mio dovere, comunque sia». Il suo travaglio esistenziale e il suo rapporto inquieto con la fede cristiana dura altri sette anni, finché annota in alcuni appunti: «mi ero appena seduto, al Parco, leggendo un libro di S. Agostino, quando sentii suonare campane, in modo che – balzando in piedi e incamminandomi dove giungeva il suono – dissi a riprese: Ecco chiama Gesù, per voce di Maria». Il cardinale Schuster, arcivescovo di Milano, gli consiglia di rimandare l'entrata in seminario e di studiare intanto teologia, ma la scelta spirituale di Rebora è ormai compiuta. È del 1914 il frammento: Urge la scelta tremenda: / dire sì, dire no / a qualcosa che so.

Giugno 1930, via Tadino 3, Milano. Rebora è ormai pronto ad abbandonare la propria casa. Mancano pochi mesi all'inizio della sua nuova vita al collegio rosminiano di Stresa, ma prima deve fare un autodafé di tutto quello che è stato: strappa i libri, le lettere e tutte le sue carte, cedendo l'intero mucchio ad uno straccivendolo di passaggio. E venne il giorno, che in divin furore / la verità di Cristo mi costrinse / a giustiziar e libri e scritti e carte: / oh sì che quello fu un gran bel stracciare!, scrive settantenne in Curriculum vitae. Si salvano solo tre libri: l'Odissea, la Commedia e una copia de La persuasione e la rettorica di Carlo Michelstaedter, nell'edizione Formiggini del 1913, che regala al nipote Roberto.

Santo, Santo, Santo,
nell'unico momento io non ti perda!
Bruciami ch'io arda,
Innamorante Fuoco!
Non il mio male faccia,
ma il bene tuo, Ognibene!

Con queste parole chiude la terza epigrafe di Curriculum Vitae, pubblicato da Vanni Scheiwiller il giorno dell'Immacolata del 1955.

Clemente Rebora, Poesie, prose e traduzioni (I Meridiani – Mondadori, 2015)






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