Letteratura

08 Apr 2019


Le ricette della signora Toku: la vita in tutte le cose

Avete mai pensato che il cibo possa racchiudere il senso di tutto?

Il “luogo dei segni” che Roland Barthes non cercava “negli aspetti istituzionali” ma “in alcuni gesti, in alcune poesie, in alcuni cibi” sta sicuramente nei dorayaki che la signora Tokue insegna a cucinare a Sentarō, ex-galeotto male in arnese che presta la sua opera presso Doraharu, una modesta bottega di dolciumi.

Durian Sukegawa, poeta, scrittore e clown, ha una laurea in Filosofia e una in Pasticceria. Dal suo libro Le ricette della signora Toku (Einaudi 2018), toccante, poetico e pieno di grazia, è stato tratto anche un film.

Nella storia raccontata c'è molto dolore. Eppure, mentre la si legge o la si guarda, ci si sente in qualche modo confortati. Perché è una storia di riscatto: parla di tutti noi, che cadiamo eppure riusciamo a rialzarci, che, pur umiliati, ritroviamo la dignità nel fare bene qualcosa che amiamo, ed è qui la vera realizzazione di sé. Così, un'anziana signora che ha sofferto pene tremende, ritrova la sua gioia “ascoltando gli azuki”, i fagioli rossi che, dopo essere stati lessati, diventano una marmellata dolce chiamata “anko”. Questa marmellata poi racchiusa tra due dischi di un impasto chiamato kasutera (simile al nostro pan di spagna) costituisce quel particolarissimo dolce giapponese chiamato dorayaki. Sentarō, dopo aver assaggiato la marmellata di Toku, ne rimane conquistato e si convince a farla lavorare nella sua pasticceria. Nel giro di poco tempo le vendite raddoppiano. Qual è il segreto? Nella realizzazione di questo dessert sta tutta la bellezza del mondo.

Con amorevole perseveranza, l’anziana signora insegna a Sentarō i lenti e minuziosi passaggi grazie ai quali si compie la magia: «Si tratta di osservare bene l’aspetto degli azuki. Di aprirsi a ciò che hanno da dirci. Significa, per esempio, immaginare i giorni di pioggia e i giorni di sole che hanno vissuto. Ascoltare la storia del loro viaggio, dei venti che li hanno portati fino a noi».

La maggior parte dei giapponesi prima di iniziare a mangiare usa la formula di cortesia Itadaki-masu, che significa “io ricevo (dalla vita) con senso di gratitudine”. Il cibo ha il sapore della vita stessa. È per questo motivo che nella cultura giapponese non si aggiungono sapori eccessivi né si cuoce troppo il cibo. Pensare al cibo è esattamente come pensare alla nostra esistenza. Tutto è interconnesso.

Così i dolcetti giapponesi diventano un pretesto per i viaggi interiori di Sentarō e Tokue, fra i quali si instaura un legame di profonda amicizia che lascia emergere i giorni di sole e di pioggia delle loro esistenze.  

Le ricette della signora Tokue è dunque una favola moderna sull’amicizia e sulla resilienza. Ci mostra che la vita è in tutte le cose: in questo universo non c'è nulla che possa esistere senza relazionarsi a un'altra esistenza! Di qui la possibilità di trovare la grazia nell’inaspettato e la felicità nelle piccole cose.

Qual è il vostro “dorayaki”? 






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