L’icona Jane Austen

Le ragioni di un successo che dura da secoli.

A 200 anni dalla morte Jane Austen ancora ispira e affascina. Esistono numerosi saggi sulla sua produzione letteraria, anche produzioni cinematografiche e televisive ricalcate sui suoi romanzi, per non parlare di videogiochi, gadget e viaggi a tema. Per giunta, la scrittrice britannica vanta un vero e proprio fan club (Janeites[1]), una folta schiera di ammiratori che cresce a vista d’occhio ogni giorno in ogni parte del mondo. Non accade a tutti gli scrittori, per quanto grandi essi siano. E allora perché proprio a lei?

La scintilla che alimenta l’ardore di tanti Janeites non è da ricercarsi nella sua vita (tutto sommato normale), quanto nella sua indole e nella sua penna.

Nata il 16 dicembre 1775 nello Hampshire inglese, settima di otto figli, Jane Austen viene allevata da una balia, ma il padre contribuisce personalmente alla sua formazione culturale. Di lei ci è pervenuta una sola immagine, quella che - a partire da oggi - sarà impressa sulle banconote da 10 sterline inglesi (al posto dell’effige di Charles Darwin): un viso piccolo e abbastanza anonimo, riccioli neri, uno sguardo pacato e una cuffietta allacciata sul capo. Eppure questa donna minuta e posata, vissuta in un epoca di convenzioni e di etichette sociali, ha avuto il coraggio di sfidare il proprio tempo.  

Al matrimonio combinato - naturale destino delle donne della sua epoca per aver garantita la proprietà (property) e la reputazione (propriety) - la Austen preferisce seguire la propria inclinazione e “vivere della proprio penna”. Così, nascono capolavori quali Orgoglio e Pregiudizio, Ragione e Sentimento, Emma, Northanger Abbey, Mansfield Park, Persuasione (quest’ultimo pubblicato postumo).

La prosa elegante di Jane Austen, congiunta alla sua sensibilità e alla sua mente critica, riesce a calarsi nella vita di provincia, a penetrare gli usi e costumi della campagna inglese settecentesca e a scandagliare le relazioni umane come il miglior sociologo o psicologo non saprebbe fare, prestando sempre particolare attenzione alla donna. Con l’ironia che contraddistingue il suo stile narrativo, la Austen critica le classiche “donnette” tutte vezzi e capricci, la cui unica preoccupazione è accasarsi per acquisire uno status sociale. Al contrario, ella si fa paladina dell’autenticità e innalza a modello di virtù le donne che hanno il coraggio di seguire il proprio cuore e la propria testa, sfidando anche - se necessario - le convenzioni del tempo.

È questa la grandezza della Austen: i suoi romanzi sono un moto d’orgoglio e una ricerca di riscatto in un’epoca in cui la donna era più che mai sesso debole e angelo del focolare.

Purtroppo muore a 42 anni quando la fama non l’aveva ancora raggiunta. Era il 18 luglio 1817. La sua passione per la letteratura e per la scrittura rimangono - per il suo tempo - un hobby piuttosto sciocco. A conferma di quanto il suo modo di essere fosse incompreso, l’epitaffio la ricorda semplicemente come esempio di “carità, devozione, fede e purezza”. Nemmeno una parola sul suo talento. Ma non era certo al favore sociale che ella aspirava, bensì a rimanere fedele a se stessa. In fondo, solo al suo temperamento si è sottomessa, ed ha vissuto la vita che desiderava. In questo senso può essere d’esempio a tante donne e il suo messaggio è ancora attuale.

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[1] Termine coniato e consacrato da due grandi menti letterarie vissute tra fine Ottocento e inizio Novecento: George Saintsbury e Rudyard Kipling (sì, due uomini, a confutazione del luogo comune secondo il quale Jane Austen sarebbe “roba da donne”!). La parola Janeite esprime l’essenza dell’ammirazione totalizzante per Jane Austen, una vicinanza ideale alla donna-scrittrice britannica così concreta e profonda da essere percepita come un vero legame familiare.






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