“L’istinto di narrare. Come le storie ci hanno resi umani"

L’infinito potere delle storie secondo Jonathan Gottschall
C’era una volta...
— Un re! — diranno subito i miei piccoli lettori.
— No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.
 
Questo è l’inizio di una delle storie più famose del mondo e Pinocchio è stato “l’amico dei giorni più lieti” di tanti bambini. La maggior parte di noi ricorderà con affetto le fiabe che ci venivano raccontate la sera, prima di addormentarci. Ma forse, altrettanti di noi, non hanno mai dato molto peso al significato di questo rito e delle fiabe in sé. Sicuramente siamo tutti d’accordo nel sostenere che le storie attraggono e incuriosiscono perché riescono a farci immaginare mondi altri, diversi, in cui i personaggi inventati vivono avventure straordinarie e tutto è più bello.

In realtà non possiamo definire “narrazione” solo ciò che esce da un libro perché tutti noi viviamo ogni giorno esperienze e situazioni che spesso raccontiamo come fossero delle vere e proprie avventure. Certo, magari le distorciamo e le arricchiamo, ma sempre di storie si tratta. Per fare un esempio ormai banale: i social. Sono esattamente la nostra vetrina, raccontano di noi (o, se non altro, dell’immagine di noi che vogliamo trasmettere). Quelle della vita quotidiana sono tutte narrazioni che danno origine al cosiddetto “mito personale” e non solo perché sono storie che viviamo in prima persona, ma anche e soprattutto perché ci sono estremamente utili: sia a noi come singoli, che a noi come specie. Perché, se chiaro può apparire il potere educativo e formativo delle fiabe, meno lampante è il loro potere evolutivo.

Jonathan Gottschall - docente di letteratura inglese al Washington and Jefferson College in Pennsylvania, specializzato in letteratura ed evoluzione - ha scritto nel 2014 “L’istinto di narrare. Come le storie ci hanno reso umani”, edito da Bollati Boringhieri. In questo saggio, Gottschall propone un percorso di riflessione per indagare la funzione evolutiva del “C’era una volta” partendo da una domanda generale: “perché siamo come creta nelle mani di un narratore di storie?” e la risposta è stata cercata in diversi ambiti, dalla religione alla politica, dalla cultura alla natura universale di certi temi, dal mondo reale all’Isola che non c’è.

Fondamentalmente le storie ci insegnano fin dalla notte dei tempi a stare al mondo, a sopravvivere e ad affrontare i grandi problemi della vita fungendo in questo senso da strumento di problem-solving: ci suggeriscono comportamenti, pensieri, azioni da mettere in pratica per superare gli ostacoli della vita. In altre parole, i racconti ci permettono di essere pronti ad affrontare eventi inattesi e sconosciuti proprio perché li abbiamo letti, ascoltati, visti, giocati. E proprio in questo possiamo riconoscere l’indispensabile contributo che le narrazioni hanno dato allo sviluppo filogenetico dell’essere umano.

L’arte di narrare consente dunque di trasmettere, culturalmente e non geneticamente, informazioni essenziali per la sopravvivenza dell’uomo, senza contare che rappresenta anche un ottimo sistema di codifica delle regole morali e sociali. “Abbiamo, come specie, una vera dipendenza dalle storie” scrive Gottschall, in quanto “le storie sono per gli esseri umani ciò che l’acqua è per i pesci”: ne siamo circondati, addirittura immersi e non ce ne accorgiamo.

E a quanto pare non è l’unico a pensarla così. Gianni Rodari, che un po’ se ne intende, disse:

“Credo che le fiabe, quelle vecchie e quelle nuove, possano contribuire a educare la mente. La fiaba è il luogo di tutte le ipotesi: essa ci può dare delle chiavi per entrare nella realtà per strade nuove, può aiutare il bambino a conoscere il mondo”.





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