Letteratura

09 Mar 2020


Lost in translation: parole intraducibili

Ogni parola apre un mondo

Le parole intraducibili sono potenti grimaldelli: svelano di un popolo certi vizi e certe virtù. Se i brasiliani hanno una parola per definire la carezza tra i capelli dell’amato, gli svedesi ne hanno una per indicare la terza tazza di caffè; i tedeschi hanno una parola per un groviglio di cavi, ma anche per la piacevole sensazione che si prova stando soli nel bosco.
La pila di libri non letti sul comodino si è meritata un nome in giapponese; la capacità di cogliere da uno sguardo lo stato d’animo altrui ha un nome preciso in coreano. Viene dal Sudafrica la filosofia comunitaria dell’ubuntu, dall’India la jugaad, l’arte di arrangiarsi con poco.
Ella Sanders ne ha raccolte cinquanta in questo libro, dando vita a un incantevole gioco metalinguistico: l’autrice sceglie di illustrare queste parole intraducibili, tratte da diverse lingue, provando così a superare le barriere linguistiche e il necessario impoverimento apportato da qualsiasi traduzione; dà corpo grafico a quella percentuale di significato ulteriore, implicito, intraducibile che viene necessariamente smarrito nella traduzione: Lost in translation (Marcos y Marcos, 2015).

Molte delle parole che incontriamo in questo libro condensano in un’unica parola un concetto per esprimere il quale, in italiano, occorrono molte, moltissime altre parole, rimanendo probabilmente comunque solo vicini al centro ricchissimo del suo significato. Ed è estremamente affascinanate scoprire aspetti peculiari dei popoli da cui queste parole provengono: ci danno informazioni sul valore che una certa cultura dà al tempo, allo spazio, alle persone, ma anche a piccoli dettagli. 

Qualche esempio:

  • Mångata dallo svedese è “la scia luminosa della luna che si riflette sull’acqua”
  • Gezellig dall’olandese “molto più che accogliente e piacevole: descrive il senso di intimità, calda e rigenerante, non necessariamente fisica, che si prova stando con persone care”;
  • Meraki dal greco significa “fare qualcosa con tutto te stesso: con passione, creatività e amore”;
  • Komorebi dal giapponese è “la luce del sole che filtra tra le foglie degli alberi”
  • Gurfa dall’arabo è “l’acqua che puoi tenere in una mano”;
  • Ákihi dall’hawaiano è la parola per “chi ascolta le indicazioni e quando si allontana prontamente si dimentica”;
  • Cafuné dal brasiliano indica “l’atto di passare teneramente le dita fra i capelli della persona amata”.

Il libro è strutturato a coppie di pagine. Sulla sinistra, su sfondi monocromi dai colori sgargianti, si trovano la lingua di provenienza, la categoria grammaticale e una brillante introduzione/commento che spiega e introduce la parola. Sulla destra, in tavola bianca, la parola e le illustrazioni che suggeriscono il significato. Lo stile è disimpegnato, fluido, senza pretese: pare di sfogliare un blocco di appunti presi in viaggio; impressioni linguistiche che si fissano indelebilmente sulla carta.

Regaliamoci dunque queste parole nuove: ci faranno viaggiare, per incantesimo, tra le emozioni del mondo!






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