Letteratura

27 Ago 2018


Testa Pelata e Nonna Rose in "Oscar e la dama in rosa"

Ho cercato di spiegare ai miei genitori che la vita è uno strano regalo. All’inizio lo si sopravvaluta, questo regalo: si crede di aver ricevuto la vita eterna. Dopo lo si sottovaluta, lo si trova scadente, troppo corto, si sarebbe quasi pronti a gettarlo. Infine ci si rende conto che non era un regalo, ma solo un prestito. Allora si cerca di meritarlo. Io che ho cent’anni, so di che cosa parlo.

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In molti lo definiscono “un libro magico”, uno di quelli che fa emozionare per davvero, riflettere sulle (s)fortune della vita. Uno di quei racconti che lascia l’amaro in bocca, ma che regala sorrisi. È Oscar e la dama in rosa di Eric-Emmanuel Schmitt. Non è una storia felice, anzi; però è raccontata con leggerezza (badate bene, non superficialità) e propone un nuovo punto di vista su un tema che è ancora un tabù.

Testa Pelata è il nome del piccolo protagonista, o meglio il soprannome, perché in verità si chiama Oscar e ha dieci anni, anche se ne dimostra qualcuno in meno. Non ha i capelli perché ha la leucemia e vive all’ospedale con altri bambini. L’altra metà del racconto è invece Nonna Rose, “la dama in rosa” appunto: un’anziana signora con un’età di ben tredici cifre e un passato costellato da incredibili successi come lottatrice di catch. Fa la volontaria all’ospedale per stare vicino ai bambini, ma non è solo questo. È un’amica vera, la spalla solida su cui Oscar fa affidamento, l’unica che non viene colpita da un attacco di sordità quando lui fa domande sulla sua malattia e l’inevitabile destino che lo attende.

Ed è proprio Nonna Rose a fare una proposta speciale ad Oscar che, seppur così giovane, non ha tanto tempo per godersi la vita: vivere dieci anni in un giorno e scrivere a Dio raccontandogli tutto ciò che succede giorno dopo giorno, decennio dopo decennio. Inizialmente Oscar non è molto convinto, un po’ perché non ama scrivere e un po’ perché non crede in Dio. È già stato ingannato con la storia di Babbo Natale e non vuole ricaderci un’altra volta… Ma, d’altro canto, che ha da perdere?

E infatti l’esperimento va alla grande! Non solo riesce a vivere una vita lunga e piena di gioie, difficoltà, incontri, amori, vittorie e sconfitte, ma vive fino a centovent’anni! E in tutto questo riesce a fare esperienze, vedere esauditi i suoi desideri, intrecciare relazioni importanti… tutte cose che, in teoria, non avrebbe potuto fare per mancanza di tempo.

E nel trascrivere ogni sera il decennio che ha vissuto, Dio esiste sempre un po’ di più, tant’è vero che quando alla fine Oscar se ne va, l’ultimo biglietto lasciato sul comodino è proprio per lui: «solo Dio ha il diritto di svegliarmi».

All’autore del libro si deve riconoscere la grande capacità di raccontare un evento estremamente triste facendolo diventare ironico e giocoso. E anche sorprendente, perché trasmette la grande e a tratti sconcertante consapevolezza di Oscar. Ha dato vita ad un addio magico, dolce, delicato, ricco di personaggi e avventure; “ha reso possibile l’impossibile” ha detto la critica; e io concordo.

Da leggere tutto d’un fiato, più di una volta.






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