A Bob Dylan il Premio Nobel per la letteratura

Musica che si fa poesia...

Se ne discuteva da anni, sembrava impossibile che potesse accadere: «È americano. Non lo danno a Philip Roth, figuriamoci a lui»; «È un cantante. È vero, ha scritto anche prosa, ma erano esercizi velleitari»; «Che il comitato decida di estendere il prestigioso riconoscimento a un genere come la musica "pop" è davvero poco probabile» ... voci che circolavano a livello di opinione pubblica. E invece alla fine è successo: il Premio Nobel per la Letteratura è stato assegnato a Bob Dylan, "per aver creato una nuova espressione poetica nell’ambito della grande tradizione musicale americana". Lo ha annunciato, ieri, il Comitato dei Nobel dell’Accademia di Stoccolma. Il cantautore statunitense ha conquistato il Nobel a vent'anni esatti dalla sua prima candidatura ed è il primo americano dai tempi della scrittrice Toni Morrison nel 1993; ora il suo nome si inserisce fra quelli di Saul Bellow, John Steinbeck e Ernest Hemingway.

Al di là degli inevitabili consensi e dissensi che si concentrano attorno alla premiazione dell’estroso cantautore statunitense, indiscutibile è l’influenza che le sue canzoni hanno avuto in tutto il mondo, elevando la musica a forma poetica contemporanea. Il vero metro della grandezza di Bob Dylan sta proprio nell’influenza esercitata sui suoi contemporanei perché, com’è noto, gli artisti comuni seguono le tendenze, quelli straordinari le determinano. E Dylan la storia della musica l’ha plasmata davvero, debuttando nel solco del folk tradizionale e impegnato di Pete Seeger e Woody Guthrie, con lo sguardo timido, i capelli ribelli e l’armonica tra le labbra, per poi passare di colpo al rock negli anni ’60, con la folta criniera riccia, la magrezza monacale e i Wayfarer che rendevano il suo sguardo impenetrabile. E poi ancora una svolta al country, fino alla conversione al credo cristiano con atmosfere “black” affioranti qua e là. Attualmente - con gli ultimi due album usciti - è dedito a brani non suoi ma del Great American Songbook, che reinterpreta in maniera magistrale. Insomma, ne ha cambiate di vesti il cantautore statunitense, restando però sempre - in tutte le sue scelte artistiche - un gigante della cultura contemporanea. Come ha detto Bruce Springsteen nel discorso alla cerimonia di inclusione nella “Rock and Roll Hall of Fame” (1988): «Bob ha liberato le nostre menti nello stesso modo in cui Elvis ha liberato il nostro corpo. Ci ha dimostrato che il fatto che questa musica abbia una natura essenzialmente fisica non significa che sia contro l’intelletto».

STRAORDINARIA COINCIDENZA: Bob Dylan è stato premiato poche ore prima che, nel mondo, venisse diffusa la notizia della scomparsa dell’ultimo Nobel italiano, Dario Fo, artista poliedrico che tanto amò la vita e la conoscenza. Due "irregolari" della cultura pop, due "letterati" atipici, che hanno fatto rispettivamente del teatro e della musica il proprio campo d’azione preferito, ma la loro portata culturale va oltre il palcoscenico: intellettuali con svariati interessi artistici (Fo dipingeva, Dylan scolpisce), hanno saputo cogliere l’essenza del presente dando voce alle speranze di cambiamento. Due uomini "contro": entrambi hanno avuto un rapporto di contrasto con il potere. Dario Fo, "seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere per restituire dignità agli oppressi" (e proprio questa è la motivazione del Nobel con cui è stato premiato nel 1997); la sua risata non era mai fine a se stessa: «In tutta la mia vita non ho mai scritto per divertire e basta. Ho sempre cercato di mettere dentro i miei testi quella crepa capace di mandare in crisi le certezze, di mettere in forse le opinioni, di suscitare indignazione, di aprire un po' le teste». Bob Dylan, dal canto suo, pacifista, impegnato politicamente contro le ingiustizie sociali, è definito "menestrello": un cantore di strada, un’altra figura che, come il giullare di Dario Fo, riemerge dal passato a combattere – semplicemente abbracciando una chitarra o suscitando una risata – per un mondo migliore.
Il fatto che la letteratura abbia premiato questi due “outsider” dimostra che l’arte, in generale, è tanto più forte quanto, nelle sue metafore, manifesta uno stretto legame con la vita, con il presente, offrendo una chiave di lettura che scuota le coscienze assopite dentro schemi precostituiti, mettendo in moto, se necessario, il cambiamento. 







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