Buckethead: l’eroe mascherato della chitarra

Una testimonianza di come l’apparente stranezza possa rivelarsi alla fine bellezza

Parlare di Buckethead potrebbe sembrare una cosa semplice, ma non lo è affatto. Quello di cui parlerò oggi è senza ombra di dubbio uno dei chitarristi più strani, eclettici, creativi e talentuosi che il mondo abbia mai visto; eppure in pochissimi hanno visto il suo vero volto. Dietro a quella maschera e sotto a quel secchiello c’è nascosto un genio: siete pronti a scoprirlo?

Brian Patrick Carroll nasce il 13 maggio 1969 probabilmente a Los Angeles, e inizia a suonare la chitarra a soli dodici anni. In una serata del 1988, dopo aver visto un film, prende una maschera e il secchiello del KFC (ditta venditrice di pollo fritto) e li indossa: «Andai allo specchio e dissi: "Buckethead: questo è Buckethead". Fu una cosa così. Da quel momento volli essere sempre così. Mi sembrava che fosse adatto a quello che suonavo. Suono tutta questa roba strana, ma se il mio aspetto è normale, non funziona. Se invece divento uno strano mostro, questo apre la porta a infinite possibilità». Da quel giorno la sua vita cambia. Dopo i primi concorsi nel 1989, Buckethead comincia a collaborare con numerosi artisti di fama internazionale come i Red Hot Chili Peppers, Iggy Pop, Viggo Mortensen, Guns ‘n Roses, System of a Down; inoltre riceve un importante chiamata da Ozzy Osbourne in occasione dell’Ozzfest.

L’esordio discografico avviene nel 1992 e si sussegue ininterrottamente: Buckethead all’attivo presenta oltre 300 album da solista (di cui ben 274 appartenenti alla Pikes Serie), un live, quattro raccolte e una dozzina fra EP, demo, DVD e album video; 6 con lo pseudonimo di Death Cube K e quasi 379 album e progetti in cui è stato coinvolto (ben 97 volte come ospite).

La musica di Buckethead –un miscuglio eterogeneo di heavy metal, progressive metal, funk metal, avant-garde metal, instrumental rock, experimental rock, ambient e alternative rock – si conferma una delle più particolari e creative esistenti. La totale assenza di parti vocali permette all’ascoltatore non solo di divertirsi con l’immagine pittoresca del talentuoso chitarrista americano, ma anche di giocare con la fantasia, continuamente suggestionata dai suoni di quella magica chitarra. Grande pregio di Buckethead è, infatti, la sua rinomata tecnica virtuosistica: non c’è melodia che non sappia affrontare, dal grezzo metal di Final Wars al delicato tocco di Padmasana, Aunt Suzie e Whitewash, passando per i giochi altaleanti di Lotus Island, Jordan, The Rising Sun, Soothsayer, Nottingham Lace, Siege Engine e molte altre. A differenza del collega Steve Vai, la sua musica sembra voglia colpire più per la creatività che per il messaggio che può contenere: si presenta come un manifesto alla libertà compositiva, alla volontà di dire le cose in un modo del tutto diverso dal normale; anche la sua scelta di rimanere nascosto dietro ad una maschera indica una forte volontà di voler far emergere tutto l’estro senza che questo abbia un vero e proprio nome, o volto nel suo caso. La particolarità dei suoni e dei temi, comunicano quanto la fantasia umana sia vasta e ricca di continue sorprese. Il suo look e le sue particolarità (come il nunchaku, la robot dance e i regali durante i concerti) non sono che una prova dell’ampiezza dell’animo umano. Le sensazioni e le emozioni scaturite grazie alle sue canzoni, una testimonianza di come l’apparente stranezza possa rivelarsi alla fine bellezza.

Buckethead è sicuramente uno degli artisti più strani che possiate ascoltare: la particolarità tanto presente nel suono quanto nel resto del personaggio sono una continua sorpresa per la mente. Siete pronti per il viaggio verso Bucketheadland?






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