Musica

12 Ott 2020


Duster Bennett, il “factotum” del blues

Camminando d’estate nel centro di una qualche città, sarà capitato a molti di vedere, a lato della strada, qualche musicista: violinisti, chitarristi, percussionisti, sassofonisti e molti altri ancora i quali, in cambio anche solo di qualche minuto di ascolto, trascorrono il tempo facendo quello che più amano. Alcuni si presenta in duo, in trio, o con un mini complesso; altri vengono soli, magari suonando ben più di uno strumento contemporaneamente. One-man-band li chiamano, e questo è ciò che fu anche Duster Bennett per il blues.

Anthony “Duster” Bennett nasce il 23 settembre 1946 a Welshpool, una cittadina nell’entroterra gallese, ambiente ben poco familiare col genere blues, ma già negli anni ’60 Duster, che frequentala scuola d’arte e scena musica di Kingston-upon-Thames e Guidford, inizia ad esibirsi come one-ma-band seguendo l’esempio di altri bluesmen suoi favoriti, mostrando una tale virtuosità e coordinazione con le percussioni, la chitarra e l’armonica da essere chiamato a suonare in molte altre serate dal vivo, fatto che gli procura una certa notorietà e numerosi ingaggi come turnista nella metà del decennio. Dopo aver partecipato con successo alla registrazione di Top Gear, brano di John Peel, viene ingaggiato dai John Mayall’s Bluesbreakers per aprire il tour americano del 1970; al suo ritorno comincia a presentare i propri materiali inediti, ricevendo una clamorosa risposta di pubblico e critica. Morì in un incidente stradale il 26 settembre 1976, mentre tornava da un’esibizione assieme a Memphis Slim, uno dei pianisti più famosi e celebrati del blues.

La musica di Duster Bennett, vissuta nei piccoli pub e poi riscoperta dal pubblico grazie all’avvento di internet, si caratterizza per essere il più valido esempio di British blues del secolo scorso, benché molto evidenti siano le influenze della musica country e gospel (tranne per l’ultimo album, Fingertips, del 1975, in cui sfodera un repertorio blues colorito di R&B, funk e musica soul); i ritmi sono spesso sostenuti ma non ballabili, come la tradizione musicale gallese e celtica vorrebbero, tuttavia risultano incalzanti, coinvolgenti, sordi come se si stesse battendo il piede a terra pur di tenere il ritmo per non alzarsi in piedi e ballarci sopra.

Le melodie sono limpide, fragorose quanto malinconiche, riflettute e romantiche, a volte vicine al country-folk statunitense (ed in particolare allo stile di Jim Croce, suo contemporaneo) quanto al blues, per il sapiente uso dell’armonica, per i testi intensi e sofferti, per la voce. La poetica di Duster Bennett, come ogni altro cantautore, si focalizza sul proprio mondo interiore, sui proprio sentimenti e di come questi determinato certe scelte, o sono stati fondamentali, in altrettanti momenti della sua vita; ma non mancano anche interessanti riletture della realtà quotidiana, con toni ironici e sferzanti.

Un nome, quello di Duster Bennett, oggi ancora troppo poco noto rispetto al suo valore artistico: ritenuto una vera e propria mosca bianca del blues (per esser stato uno dei pochi one-man-band e bluesman non afroamericani di successo) è senza ombra di dubbio anche uno dei nomi più interessanti nel panorama cantautoriale inglese ed europeo; un innovatore per molti, un incompreso per altri, un ragazzo con la passione per la musica, per tutti.








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