Elliott Smith: l'arte di raccontarsi con uno strumento in mano

“Sto solo scrivendo canzoni su come mi sento o su come le persone so che si sentono” Elliott Smith
Elliott Smith (vero nome Steven Paul Smith) nasce a Omaha il 6 agosto 1969, fin da piccolo si dimostra portato per la musica tanto che a nove anni sa suonare la chitarra e il pianoforte, a tredici compone la sua prima canzone e a quattordici entra nel suo primo gruppo, gli Stranger Than Fiction di Portland, dove si è trasferito col padre. Dopo la laurea in scienze politiche fonda il gruppo indie-rock Heatmiser, col quale pubblica tre LP, un EP e tiene diversi concerti diventati poi simbolo della scena underground di Portland.
La carriera solista comincia per caso nel 1994, dopo aver mandato alcune registrazioni ad una casa discografica che le pubblica nel suo primo album Roman Candle, trovando il suo suond innovativo, personale e controcorrente. Successivamente usciranno Elliott Smith (del 1995), Either/Or (1997), XO (1998), Figure 8 (2000) e From A Basement On The Hill (uscito postumo nel 2004). Importanti sono anche le collaborazioni con registi che gli hanno fruttato la nomination agli Oscar per la miglior colonna sonora nel 1998 per la canzone Miss Misery, tratta dal film Will Hunting – Genio Ribelle.
Muore il 21 ottobre 2003, all’età di trentaquattro anni, poco prima di finire il suo sesto album. Con la sua morte, venne a mancare anche l’ultimo mito dei grandi cantautori americani, l’ultimo poeta venuto dalla strada, l’ultimo che ha saputo essere vero e mai banale.
La sua musica d’altronde era semplice e sempre molto vicina alla sua sfera spirituale: spesso si trattava di una chitarra, un pianoforte o più raramente, di tutt’una band (lui suonava ben sette strumenti diversi); le melodie sono cantilene a volte lente a volte veloci, seguono l’impeto della fantasia che scorre nelle sue mani creando così un atmosfera intima e confortante. Canzoni simbolo di un uomo che ha preso dalla vita quotidiana e dalla sua esperienza l’essenza dell’essere e la poesia del momento, immortalandola per sempre su di un pentagramma; melodie che accarezzano il timpano facendoci stupire di quanto è bella l’autenticità di poche corde, che non hanno bisogno di mentire ma di parlare e dire la loro. Questa è la musica di Elliott Smith, vicina ai cuori nostalgici dei cantautori da sedia e chitarra quanto a quelli degli amanti della sperimentazione musicale.
Ho individuato lui come poeta e dirò brevemente perché: tutti i suoi testi sono, letteralmente, le espressioni del suo animo e dei suoi sentimenti. Spesso parla di pensieri, emozioni, della ricerca di quella felicità che non si riesce a prendere, della società che non lo ascolta, delle persone che ama e che non lo accettano, delle dipendenze e dell’irrefrenabile desiderio di essere per sempre sé stesso; descrive con molta accuratezza e raffinatezza il mondo urbano, così grigio e anonimo da far esasperare qualche nota di tristezza. La sua voce, delicata e intensa allo stesso tempo, hanno reso la sua musica una crescente espressione poetica, frenata solo dalla rabbia di essere famoso.
“Sto solo scrivendo canzoni su come mi sento o su come le persone so che si sentono” queste le parole di Elliott Smith per giustificare qualche minuto di meravigliose note e versi ricchi di significato, per dare un senso all’arte di raccontarsi con uno strumento in mano, essere l’ultimo a sedersi su di una panchina per ascoltare le voci della gente e più spesso, il suo cuore.





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