Enrico Nadai: la forza e la fragilità dei sogni

Lo avevamo lasciato con "With your love", ora lo incontriamo con "Sogni di carta" e un accenno al suo nuovo lavoro...

Dopo “With your love” (singolo cui abbiamo dedicato uno spazio nel quarto numero della nostra rivista), è uscito, a inizio estate, “Sogni di carta”. Due brani introspettivi, sicuramente non da canticchiare alla maniera del tormentone. Che cosa cerchi ogni volta che ti accosti alla produzione di una nuova canzone?  

Cerco semplicemente me stesso. E potremmo concludere già così la risposta a questa domanda, se non fosse che cercare se stessi significa cercare una miriade di altre cose e quindi aprire una serie di altri quesiti. Cercarsi vuol dire sfuggire ripetutamente alla presa di ciò che si sta cercando. In definitiva, ci si trova di fronte alla situazione paradossale per cui la ricerca deve sempre ricominciare da capo.

È questo il filo rosso tra i due brani, il tema della ricerca?

Sì. “With your love” esprime la ricerca del divino, quel divino che è in noi come in tutte le altre cose del mondo. “Sogni di carta”, invece, è la ricerca dell’amore, di un amore perduto, per la precisione. E sappiamo tutti, quantomeno chi frequenta le arti (dalla letteratura, alle arti visive, alla musica), che è sempre una qualche inquietudine a generare un’opera… Sia essa un’inquietudine amorosa per una persona in carne ed ossa, sia essa un’inquietudine, chiamiamola così, metafisica, che sta più in alto.

Com’è stato concepito “Sogni di carta”? 

Per un verso è stato concepito – e questo è l’aspetto nobile della questione – dal cuore e dai suoi imprevedibili moti; per un altro – e questo è l’aspetto, se vogliamo, più pratico – è stato concepito in studio di registrazione con il mio amico e collega Kevan Gulia con cui da tempo volevo collaborare. Lui si è occupato prevalentemente delle questioni tecniche riguardanti la produzione del pezzo. Dopotutto, è quello che vuole fare nella vita e ho letto nei suoi occhi una grande determinazione, specialmente nell’ultimo anno. 

Nel testo emerge tutta la fragilità umana, ma anche l’ardore e la ricerca: c’è il calore di un sogno, da un lato, e la doccia fredda delle circostanze, dall’altro. Mi pare ci sia un forte senso di precarietà espresso attraverso la fatica di avvicinare i propri sogni alla realtà…

Avvicinare i propri sogni alla realtà è difficilissimo. Anzi, spesso questo comporta uno spostamento radicale: alcuni scelgono di porsi interamente dalla parte del sogno (una alternativa donchisciottesca), altri si pongono interamente dalla parte della realtà. Poi, a onor del vero, i più vivono tra sogno e realtà, dove i sogni sono le cose che desideriamo per noi stessi e la realtà è la loro effettiva realizzazione. La fragilità umana vive tutta in quella cosa inestirpabile che è la speranza. 

Il cuore che avanza per distruggere la distanza è un cuore che brucia di passione; inseriti come siamo in un «destino fragile» quale può essere la nostra forza, la nostra speranza?

Non parlo della “nostra” forza e della “nostra” speranza; in questo caso vorrei parlare della mia forza e della mia speranza. Credo che le due cose che possono fornire forza e rendere accettabile la contingenza in cui siamo catapultati siano la credenza nell’eterno e la credenza nell’amore. Già Leopardi notava come gli antichi manifestassero questa straordinaria capacità di sentirsi vicini all’eterno, cosa che noi moderni, e oggi più di sempre, abbiamo perso, ma che per qualcuno può ancora costituire una fonte di salvezza. E poi c’è l’amore, “che move ‘l sole e l’altre stelle”, o che, per far riferimento ad un contemporaneo, è ciò a cui tutto l’universo obbedisce.

Bellissimo il titolo («sogni di carta») e il suo accostamento, nel ritornello della canzone, a due elementi quali l’acqua («i tuoi sguardi di acqua») e il fuoco («il mio cuore che brucia»)…

Grazie, mi fa piacere possa essere apprezzato questo accostamento. In fondo l’acqua e il fuoco – concepite sempre come opposte – hanno la stessa funzione purificatrice. Si pensi all’etimo di fuoco – pyr – che sta alla base della parola “purificazione”.

Il 5 ottobre è uscito il tuo ultimo singolo, “Ninna nanna per lei”. Una scelta artistica audace: l’amore raccontato in un minuto e venti secondi…

Con "Ninna nanna per Lei" ho voluto esprimere che, come diceva Flaiano, l'amore si nutre di tanti piccoli punti d'incontro. I punti d'incontro possono essere una carezza sul viso, una parola delicata pronunciata al momento giusto oppure, come ho fatto io, una piccola canzone d'amore. Dico "piccola" perché dura soltanto un minuto e venti secondi; eppure, credo sia – ad oggi – uno dei miei brani più riusciti, perché in poco tempo sono stato capace di dire tutto quello che desideravo. Alla fine, ogni grande amore si sbriciola in tanti piccoli istanti, come quelli di cui parlo nella canzone. Istanti che, nella nostra memoria, assumono un valore immenso.

 






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