La Luce nel Rock

Intervista Francesco Lorenzi, front man della band “The Sun”

Il gruppo “The Sun” nasce come punk rock band ventitré anni fa ottenendo addirittura il riconoscimento di migliore punk-rock band italiana conosciuta e apprezzata in tutto il mondo. Il rock è energia pura, ribellione, genio e sregolatezza. Che ricordo hai di quegli anni?

Ho ricordi contrastanti, bellissimi ma anche dolorosi. La vita di ogni uomo è fatta di chiaroscuri: ci sono momenti in cui c’è più luce e momenti in cui ce n’è meno. All’inizio della nostra carriera c’era molta luce: era un’esperienza molto positiva e anche genuina. Con il passare degli anni, con l’aumentare dei palchi e del “successo” è andata però perdendosi quella parte di genuinità, complice anche un ambiente musicale che, va detto, è dedito a molti vizi, e noi, che eravamo particolarmente giovani, ci siamo fatti prendere la mano. Ad un certo punto l’esperienza che stavamo facendo diventò qualcosa di molto ambiguo e anche pericoloso. C’era una dicotomia fortissima: dall’esterno sembrava andare tutto a gonfie vele – noi eravamo nel momento migliore della nostra carriera, stavamo facendo una tournée di cento concerti in dieci stati tra Europa e Giappone – però, dietro a quella facciata, c’era una realtà più complicata, fatta di eccessi, non solo legati all’alcool, alle droghe, alle relazioni mordi e fuggi, ma in generale a un modo superficiale di vivere; si andava sgretolando la nostra amicizia e mancava un significato più profondo. Proprio verso la fine di quella tournée, nell’estate del 2007, quando eravamo ospiti di grandi festival di musica punk, io cominciai a sentire la responsabilità di quello che stavo facendo di fronte a quelle migliaia di ragazzi che avevo di fronte a me. Allora mi resi conto che avevo cominciato a suonare per portare gioia e verità nella vita delle persone, però poi mi ritrovai a fare i conti con un modo di vivere, un modo di suonare, un modo di concepire la musica che quei valori non li aveva più, e quello fu un campanello di allarme. Vedevo che la vita dietro il palco non era per niente positiva, era un ambiente popolato da persone che perdevano la propria vita nei modi più tristi, io invece volevo assolutamente mantenere l’amicizia, la gioia, la fraternità tra le persone, e in quel momento cominciai a comprendere che se non fosse cambiato qualcosa saremmo andati a schiantarci. Solo che mi resi conto di questo da solo e in un ambiente dove quasi nessuno se n’era accorto.

Nonostante il successo e la leggerezza di quegli anni, dunque, non ti sentivi soddisfatto…

Per la gran parte delle persone, fare dischi e concerti, avere un discreto successo è già aver dato senso alla propria vita. Eppure io cominciai ad avvertire la mancanza di un senso profondo in quello che facevo. C’era poi una domanda che mi attanagliava: Perché non sono felice? Ho la vita che ho sempre sognato, sono arrivato fin qui lavorando sodo, e non sono felice. Cos’è che non ho capito? Un conto è non essere felice se non hai realizzato i tuoi sogni, ma è ben diverso e ben più grave quando invece come nel mio caso io avevo realizzato i miei sogni e tuttavia mi ritrovavo infelice. A quel punto c’è un blocco, un crash, ti crolla tutto, perché perdi i riferimenti.

Cosa ti ha aiutato a fare chiarezza dentro la tua vita?

Quando quella tournée si concluse (era l’ottobre del 2007 - avevo 24 anni) nella mia vita c’erano tanti piccoli e grandi problemi, legati agli eccessi, alla mancanza di risposte, ad una pressione esterna che mi vedeva come un buon cantate e un buon autore su cui puntare, e io dentro quel vortice non avevo più riferimenti. Convivevo con un ragazza da alcuni anni, però l’unico punto fermo che era rimasto nella mia vita erano i miei genitori, che hanno saputo darmi dei rimandi davvero utili, amorevoli, autentici, liberanti. Grazie ad una proposta di mia madre - una proposta bizzarra considerato il tipo di vita che conducevo - mi sono ritrovato ad ascoltare una serata in parrocchia dove si parlava di evangelizzazione e lì è cominciato qualcosa di davvero impensabile. Io non frequentavo la parrocchia da quando ero un ragazzino e avevo una quantità di pregiudizi incalcolabile sulla chiesa e su tutto l’ambiente cattolico, perciò quello era proprio l’ultimo posto dove sarei andato per cercare delle risposte. La vita mi ha dato questa grande gioia, di vedere come dietro ai nostri pregiudizi possano nascondersi delle altre realtà.

Cos’hai scoperto di bello all’interno della Chiesa al di là del pregiudizio?

In quel momento ciò che mi agganciò fu vedere dei ragazzi e delle ragazze, miei coetanei più o meno, che avevano una vita normalissima ma che erano più felici di me: avevano rapporti autentici tra di loro, si volevano bene, avevano sguardi luminosi e soprattutto testimoniavano con passione e autenticità l’esperienza di Gesù Cristo. E questo era assolutamente inusuale nella mia vita. Ero entrato pieno di pregiudizi, mi aspettavo che parlasse il solito prete anzianotto - infatti mi ero messo in fondo, in un angolino, pronto ad uscire alla prima stortura - e invece ciò che mi agganciò fu una bellissima accoglienza: non conoscevo nessuno, ma incredibilmente mi ritrovai tra persone amiche, sorridenti, che mi fecero sentire proprio accolto. L’incontro con quei ragazzi, testimoni credibili, fu la prima forte rottura con il mio passato: probabilmente loro sognano di avere la vita che ho io – mi dicevo –, ma in realtà loro stanno meglio di me… Cos’è che non funziona? Cos’è che non ho capito? Chi hanno incontrato? Cominciai a sentire l’esigenza di andare a capire chi avevano incontrato. Chi è Gesù Cristo? Io avevo conosciuto i miei idoli, avevo suonato con la maggior parte dei musicisti di cui avevo il poster in camera da ragazzino, ma non avevo incontrato Gesù Cristo. Che cos’ha questo Gesù che io fino ad ora non ho capito? Avevo cercato tanto, letto molto, conoscevo bene l’induismo, il buddismo, mi ero rifugiato anche nelle pratiche orientali con quel gusto che si ha talvolta per ciò che è distante, dimenticando che forse vicino c’è qualcosa di molto più interessante.

Questo è quello che ho scoperto come aggancio, poi davvero il Signore mi ha concesso una costante conversione nel mio vedere cos’è la Chiesa nel mondo. In questi anni ho conosciuto centinaia, migliaia di sacerdoti, suore, persone consacrate, laici impegnati che veramente sono un motore di bene: persone che fondano la propria vita in Cristo e per questo riescono ad essere propulsori di luce e di verità, sostegno nella società. Spesso questa realtà della chiesa non è nota se la si osserva solo dall’esterno o basandosi sulle notizie che si riescono a carpire dai grandi media, invece, quando la vivi, ti rendi conto che la società è davvero tenuta in piedi da persone che sono lì perché credono in Cristo. A forza di incontrare persone non note, silenziose, che nella loro realtà fecondano la comunità portando crescita e amore, mi sono reso conto che se noi levassimo il tessuto dell’umanesimo cristiano dalla società torneremmo indietro di duemila anni. La Chiesa poi è sempre stata veicolo di bellezza e di valori. Pensiamo all’arte, che per circa millesettecento anni è stata quasi inscindibilmente legata alla Chiesa. Oggi questa capacità di comunicare un po’ si è persa. Io vedo tutta la bellezza della Chiesa come Corpo di Cristo e avverto l’urgenza di sostenere una comunicazione che passa anche attraverso l’arte, la musica, i libri, i film, perché oggi il mondo ha bisogno nuovamente di essere fecondato attraverso questi mezzi.

Subito dopo quell’aggancio iniziale, com’è cambiata la tua vita?

Mi sono messo in cammino per diventare pienamente me stesso. L’incontro con Gesù, che inizialmente si è servito di quei ragazzi, è stata la straordinaria scoperta di una relazione che ci rende autenticamente liberi, se noi ci lasciamo plasmare e guidare da Lui. Io avevo cercato ovunque, ma alla fine chi mi ha liberato davvero è stato il Signore.

Sicuramente questo tuo cammino ha avuto delle ripercussioni sul gruppo. Come hanno reagito i tuoi compagni? È stato un percorso condiviso?

Per quasi un anno, tra il 2007 e il 2008, ho camminato silenziosamente senza testimoniare ad alcuno quello che stavo vivendo, perché avevo paura del giudizio degli altri. Vivevo in un ambiente anticlericale per eccellenza, quindi era assolutamente inconcepibile che un cantante come me potesse parlare di Gesù Cristo. Gli effetti di questo cammino, però, furono dirompenti nella mia vita, toccando non solo la mia sfera più intima ma tutta la mia persona, le mie relazioni, perfino il mio modo di scrivere le canzoni. Noi dovevamo fare un quinto disco in inglese con la prospettiva di andare negli Stati Uniti, invece io mi ritrovai a scrivere canzoni diverse e soprattutto in italiano. Sapevo che con quella scelta stavo mettendo in crisi non solo me stesso ma l’intero gruppo e i nostri contratti discografici. Ma non potevo fare diversamente: io sentivo che dentro quel modo di scrivere nella mia lingua madre c’era una strada che il Signore mi stava indicando e di cui mi dovevo fidare. Inizialmente ci fu una grande rottura, perché sia i discografici che la band pensavano che io fossi impazzito. Soltanto quando mi ritrovai con tutte le mie certezze perse – cioè a non avere più un contrato discografico, a non avere più un disco in uscita, a non avere più una tournée fissata, a non sapere cosa dire a migliaia di fan – lì, mentre ero povero, il Signore mi fece intendere che la cosa più importante era andare dai miei fratelli a testimoniare che era Lui che stava portando luce nella mia vita. Fui costretto ad arrivare a quel punto per trovare il coraggio di testimoniare la ragione di quello che stavo facendo, quando non avevo niente in mano per convincerli che era buono quello che stavo facendo, neanche da un punto di vista professionale, che era forse l’unico che loro erano in grado di capire in quel momento. Sono andato da Matteo, da Gianluca e da Ricky in modo personale a testimoniare che il Signore ci poteva liberare e che c’era una seconda opportunità nella nostra vita, e tra le mie parole e la loro capacità di comprendere, di fidarsi, di cominciare un percorso noi abbiamo visto l’azione dello Spirito, perché davvero il Signore ha voluto che nessuno di noi si perdesse e che in modi particolari, personali, ognuno cominciasse a sentire un lavorio interiore. Successivamente alla testimonianza che io diedi a ciascuno di loro, ci furono dei cambiamenti grossi, profondi nella vita dei miei amici. Non è facile uscire dall’alcolismo, dall’abuso di droghe e dalla depressione. Io ora ho accanto a me dei fratelli che sono usciti in modo straordinario da queste situazioni attraverso un’azione di grazia che ovviamente ha incontrato la loro volontà. Quando ciascuno ha cominciato a ripulire la sua vita da certe situazioni, abbiamo potuto ritrovarci come amici e come gruppo, e suonare le canzoni che io intanto stavo scrivendo; da lì cominciarono ad armonizzarsi una serie di realtà che ci portarono a pubblicare il nostro primo disco in italiano nel 2010.

Come ti sei spiegato quell’esigenza viscerale di scrivere canzoni in italiano?

Come un’esigenza di verità: quando canti in italiano ti devi confrontare con il fatto che la gente capisce quello che stai dicendo e si può misurare su quello che stai comunicando. Se io fino ad ora ho sfruttato la musica – mi dicevo, e ne ero convinto – d’ora in poi la musica sarà un mezzo per fare del bene e per fare il bene devo partire dalla mia comunità. È stato uno stravolgimento: io non ci volevo restare in Italia, più andavo lontano più mi dicevo contento. E anche questa è stata una conversione: accettare di essere piantato in questa realtà e fecondare, attraverso quello che so e posso fare, la realtà che mi è data.

Questa scelta, di fatto, ci ha precluso l’estero solo per alcuni anni: poi abbiamo ricominciato a suonare all’estero, però in modi del tutto diversi e sicuramente non programmabili, perché l’esigenza è davvero quella di voler dire qualcosa di vero e di bello alle persone, e questo richiede tempo.   

Quando ad una band si attacca l’etichetta “cristiana” non è facile scrollarsi di dosso certi cliché. Devo dire che i vostri testi ci riescono benissimo, toccando le corde più profonde del cuore di ogni uomo…  Come nasce una vostra canzone?  

La nostra musica è veramente per tutti, perché parte appunto dagli interrogativi profondi che abitando ogni cuore: per quanto diverse e distanti siano le esperienze di ciascuno, ogni uomo cerca la verità, la bellezza, l’amore e un significato. Le nostre canzoni partono da esperienze di vita concreta che, rilette alla luce della preghiera, dell’incontro con Gesù, della Sua presenza, ci danno una chiave che noi riproponiamo nelle canzoni in un modo che è fedele alla nostra vita, a tutta la nostra vita, con l’intento di andare a parlare soprattutto a quei ragazzi che oggi sono come noi eravamo quindici anni fa; questa è la nostra missione.

Tu hai raccontato la tua vita in un libro che si chiama “La strada del sole” e The Sun (il sole) è il nome che la band ha assunto nel 2009 a seguito del cammino di conversione. Ma “il sole” c’era anche nel vostro nome di prima Sun Eats Hours. Curioso questo elemento di continuità! Cos’è per voi il sole?

Nel nostro nome precedente, che era la traduzione inglese di un detto veneto “il sole mangia le ore”, il sole era qualcosa che ti mangiava la vita, mentre oggi nella nostra vita c’è un sole che ci illumina e che lo fa eternamente. Questo riferimento a una luce costante, a una luce che ovviamente si riferisce alla luce di Dio, è fondamentale: è il faro che illumina costantemente non solo la nostra vita ma anche ogni scelta che come gruppo mettiamo in atto. Il Signore certamente dà linearità alla storia di ognuno, inserisce elementi di continuità: nel nome del gruppo c’era già il sole, in effetti, c’era solo bisogno di una nostra presa di coscienza, ma l’amore di Dio e la grazia di Dio erano pronte.

Questo tempo particolarmente difficile che stiamo vivendo ci dà l’occasione di fissare le poche cose che contano. Quali sono le tue?  

Amicizia -  Gratitudine - Fiducia

Che cos’è per te la musica oggi?

La musica è un mezzo benedetto che il Signore ci dà l’opportunità di utilizzare per risvegliare le coscienze, per accompagnare il cammino delle persone, per farci le domande giuste. Dalla musica nascono tante belle esperienze, occasioni di incontro, di viaggio, di pellegrinaggio, di solidarietà, di condivisione con i tanti “spiriti del sole” che ci seguono, che camminano con noi. Attraverso la musica si possono fare tante cose!

Foto: © Silvia Dalle Carbonare

(dalla copertina dell'ultimo numero della nostra rivista - QualBuonVento #11)






ABOUT AUTORE





Utilizzando il sito web, accetti il nostro uso dei cookie, per una tua migliore esperienza di navigazione. Maggiori informazioni Ok