Musica

27 Mag 2019


MILLE MIGLIA E UNA CHITARRA: L’ARTE DI JIM CROCE

“Sono un pazzo e lo sarò sempre. Possono cambiare idea, ma non possono cambiarmi”.

Il suo nome è annoverato nell’Olimpo della canzone d’autore statunitense: Jim Croce, tra i più celebri songwriters dei primi anni Settanta, è considerato oggi uno degli ultimi menestrelli della sua generazione. Artista poliedrico, dotato di talento e creatività, un cantastorie moderno capace di tramutare la quotidianità della periferia in musica. Un poeta di provincia, per dirla altrimenti.

Nato nel 1943 a Philadephia da una famiglia di origini siculo-abruzzesi, James Croce dimostrò fin dalla tenera età uno spiccato interesse musicale: a 5 anni imparò a suonare la fisarmonica e a 18 la chitarra; durante il periodo accademico partecipò anche a degli scambi interculturali che lo portarono ad esibirsi in Africa, Medio Oriente e Jugoslavia.

Nel 1966 registrò il primo disco approfittando del dono di nozze dei genitori di 500 dollari, convinti che il fallimento artistico lo avrebbe convinto a lasciare la vita da “giramondo” ma, inaspettatamente, tutte e 500 le copie registrate furono vendute.

Nei due anni successivi percorse oltre 500mila chilometri suonando in piccoli club, college e locali di periferia assieme alla moglie Ingrid, con la quale si esibiva in duo e registrò un album. A causa dei debiti fu costretto a vendere tutte le sue chitarre ad eccezione di una, che usò per dare lezioni di musica, lavorò come camionista e nel settore dell’edilizia. Consacrato al successo nazionale nel 1972, intraprese una lunga serie di esibizioni televisive in America ed Europa. Morì in un tragico incidente aereo il 20 settembre 1973, appena prima della pubblicazione del terzo album, considerato il migliore della sua intera discografia.

Jim Croce è stato una delle figure più centrali dell’ultimo, autentico folk americano: forte di una storia personale spesso travagliata e variopinta in termini di esperienze, seppe come tramutare le rinunce, gli sforzi e il proprio vissuto quotidiano in musica; allo stesso modo di un trovatore, un cantastorie medievale o un più moderno menestrello scapestrato, raccontava il mondo così come si presentava ai suoi occhi, senza alcuna distorsione se non quella poetica e melodica.

Da un punto di vista puramente musicale, Croce rientra nel gruppo dei “poeti armati di chitarra”, come il contemporaneo inglese Nick Drake: l’accompagnamento e la melodia, divise nei live fra lui e l’amico Maury Muehleisen, sono di facile ascolto e apprezzabili da chiunque grazie anche al percepibile entusiasmo che le caratterizza, una qualità presente anche nella sua voce, spesso accesa da un irrefrenabile passione e gioia di vivere.

I testi sono tutto sommato corti, tanto che la durata media dei brani non raggiunge i tre minuti, le storie tuttavia sono assai interessanti: “Jim riversava in musica quello che vedeva e sentiva – ha raccontato la moglie – era come una spugna, assorbiva esperienze, sia belle che brutte, mondane com’erano sempre state. La gente poi si riconosceva nelle canzoni”.

Più che etichettarlo come verista, oserei definire Jim Croce un ritrattista della musica, una specie di Norman Rockwell con la chitarra al posto della matita: emozioni, giovani innamorati, perfino bulletti di quartiere si mischiano alle affascinanti prospettive del sogno americano; decine di storie personali di tutte le sfumature si susseguono nella sua preziosa produzione che, più di un’antologia cantautoriale, è il diario di viaggio di un silente poeta su ruote.

 






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