Ricordi a suon d'Irlanda: i Flook

Musica che diventa materia in movimento...

Tra le varie esperienze vissute, non posso dimenticare quella meravigliosa volta al festival di musica e cultura celtica di Giavera del Montello. L’atmosfera, abbondante di bancarelle tematiche e suggestivi costumi, veniva rinforzata dal supporto musicale di importanti gruppi di fama internazionale e, quella sera di luglio, capitarono i Flook.

Questo gruppo anglo-irlandese si forma nel 1995 da un’idea di Becky Morris con i tre flautisti Sarah Allen, Brian Finnegan e Michael McGoldrick; il nome originale, infatti, era “Three Nations Flutes”. Dopo l’arrivo del chitarrista Ed Boyd e di John Joe Kelly (uno dei migliori suonatori di bodhràn al mondo) e l’abbandono di McGoldrick, il gruppo cambia nome in “Flook” e in pochi anni pubblica gli album Flatfish (1999), Rubai (2002) e Haven (ottobre 2005, in occasione del loro decimo anniversario). Il tour del 2005 li vede protagonisti di un concerto alla Purcell Room di Londra. Nel 2008 il gruppo si scioglie e successivamente si riforma nel 2013, anno in cui intraprende un tour che li vede tutt’ora impegnati, parallelamente ad alcuni nuovi impegni discografici annunciati lo scorso gennaio.

Uno dei punti di forza di questo gruppo (purtroppo) poco conosciuto è lo stretto legame fra la musica e la vita quotidiana. Molti dei brani che ho potuto ascoltare al festival di Giavera erano ispirati da situazioni realmente vissute dal gruppo o da storie più o meno leggendarie delle loro terre, fortemente presenti nelle sonorità.

A differenza di altri gruppi celtici (come The Chieftains, Beltaine, Orthodox Celts e altri), i Flook, che dispongono di un numero limitato di strumenti, sfruttano tutto il potenziale emotivo degli stessi. Il vuoto ma incessante suono del bodhràn, la melodiosa chitarra e l’accoppiata fra il flauto e il tin whistle fanno sì che ogni singolo brano sia una continua ricerca verso nuovi orizzonti musicali. Non a caso, la loro produzione vanta oltre duecento fra gighe e reel di diverse velocità d’esecuzione, nel buon nome della tradizione irlandese.

Totalmente assenti i testi: i Flook, mediante i loro ritornelli e frenetici virtuosismi, mirano a far parlare ciò che più ci appartiene, ovvero il nostro corpo; i brani, infatti, sembrano esser stati composti essenzialmente per essere ballati, tanto che la musica non diventa solo suono, ma materia in movimento, una concezione poetica difficile da riscontrare se non nei gruppi proveniente da zone di influenza celtica.

Per quanto difficile e raro sia poterli ascoltare dal vivo, invito chiunque abbia o meno la possibilità di assistere ad un loro concerto di lasciarsi andare ascoltando le loro bellissime composizioni: sarà come un salto in un’altra realtà dai verdi prati o un abbraccio del vento sulle scogliere rocciose.






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