Tim Buckley, il maestro della musica e del canto totale

Diverso tempo fa ho affrontato la delicata presentazione di Jeff Buckley, probabilmente uno dei più prodigiosi talenti musicali dell’ultimo secolo, che non solo si è reso leggendario per la musica e la vita intensa nonostante la brevità, ma il suo cammino, fin dall’inizio, sembrava essere già segnato: egli era infatti figlio di Tim Buckley, ritenuto uno dei cantautori più determinanti nella storia del rock e del folk statunitense.

Nato a Washington D.C. il giorno di San Valentino del 1947, Timothy Charles Buckley si abitua fin dalla prima infanzia alla vita da giramondo: Amsterdam, New York, Albany e infine la California, dove viene introdotto alla musica country, jazz, swing e blues. Grazie al carattere ribelle, maturato al termine della brillante carriera scolastica, negli anni Sessanta entra sempre più in contatto col mondo poetico della beat generation e i poeti della Spoken Word – la poesia monologhista recitata sul momento. Tra il 1966 e il 1969 dà alle stampe ben tre album, che lo consacrano nel panorama folk del momento ma al contempo, dopo un brevissimo matrimonio, lascerà la moglie Mary, incinta di Jeff, che incontrerà solamente nel 1974. Dopo l’apice del successo con “Starsailor” nel 1973, si apre un continuo susseguirsi di sperimentazioni melodiche che spaziano dal jazz al fusion, lo psychadelic rock, il funk e l’R ‘n B fino alla morte, avvenuta tragicamente, il 29 giugno 1975.

Fra le caratteristiche salienti della sua arte, definita una delle più avanguardistiche del tempo, non si può non ricordare la misticità melodica e vocale tipica dei suoi brani: la stessa tecnica chitarristica, apparentemente molto vicina alle sonorità jazz per l’utilizzo degli accordi estesi (cui era costretto per un infortunio alla mano), scandiva nitidamente tanto la melodia quanto l’accompagnamento, i quali, insieme ad un canto ritmico e profondo, rendevano ogni esecuzione un unicum; una definizione ancora più azzeccata se si pensa alle notevoli influenze barocche di “I Never Asked To Be Your Mountain” – dedicata al figlio Jeff – e la più celebre Phantasmagoria In Two, un inno all’amore per la famiglia, l’universo rivisto nella teatralità barocca della fantasmagoria.

La differenza di generi, a volte presente anche nei singoli brani dove strofe e ritornelli non sempre venivano fatti coincidere, credo siano un’ulteriore testimonianza per quella creatività che, forse dal periodo, forse dall’animo, sapeva esprimersi senza limiti, se non quelli del cielo stellato.

I temi, nonostante il turbolento periodo hippie, sono gli stessi di qualsiasi altro cantautore: l’amore, la solitudine, talvolta la tristezza; ma ogni singolo verso viene cantato, se non addirittura raccontato, con una sensibilità devastante: padre e figlio, per quanto diversi nei generi, nella vocalità e ancor di più nella poetica (più “misticheggiante” per Tim e umana per Jeff), duettano per sensibilità e intensità d’animo. Se Jeff era “una goccia pura in un oceano di rumore”, Tim –come ammise più di una volta – era “un viaggiatore fra le stelle”.

Ed è proprio con la premessa del viaggio che auguro a tutti di dedicarsi alla scoperta di questo grandioso artista: “E il tempo svanirà, nel tempo ameremo”. Quella della sua musica, è una promessa mantenuta.








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