Musica

08 Apr 2019


VERSI E PENTAGRAMMI, LA POESIA DI NICK DRAKE

Il mio viaggio nel mondo della canzone d’autore d’oltreconfine non è per nulla finito: dopo i romanticismi di Jeff Buckley e le liriche di Elliott Smith, sono finalmente giunto a quello che considero il primo fra i poeti armati di chitarra: Nick Drake.

Nato nel 1948 a Yangon (in Birmania) da genitori inglesi, si interessò alla musica fin dalla prima infanzia, passione che ereditò dalla madre, e alla letteratura inglese, materia che studiò all’Università. Durante il periodo accademico, insieme ai compagni di corso, comincia ad incidere i primi pezzi in cui si denotano le caratteristiche fondamentali della sua musica: il blues (con forti influenze folk, dalla passione di Drake per Bob Dylan), il simbolismo francese (specie nella sua forma poetica) e il romanticismo inglese. Nel 1968 incide il primo album, “Five Leaves Left”, al quale segue uno sfortunato tour che Drake abbandona per “senso d’inadeguatezza”; seguiranno “Bryter Layter” nel 1969 e “Pink Moon” nel 1972.

Di carattere fortemente schivo e solitario, Nick Drake attraversò numerose tempeste emotive alternate a periodi di depressione che culminarono nella sua morte a soli 26 anni, il 25 novembre 1974.

Leggendo la sua biografia, molti potrebbero additarlo come un ragazzo malinconico, pieno di fisime, insicurezze e svariati altri aggettivi negativi che sminuiscono la sua persona innanzitutto e la sua musica in secondo luogo. Personalmente, trovo che Nick Drake sia stato uno dei massimi poeti musicali mai esistiti, nonostante tutto.

Ho ascoltato le prime tracce dubbioso: il tono della voce, così greve e scandito, l’accordatura dei brani e l’atmosfera quasi tiepida evocata dalla stessa melodia, mi avevano convinto di trovarmi di fronte a qualcosa, o meglio, qualcuno di grande. Da un punto di vista musicale, Drake è un maestro: la sua impossibilità a sostenere un tour, e spesso pure un concerto, derivava dal fatto che amava sperimentare accordature nuove (spesso inventate) in tutti i suoi brani: così facendo, trascorreva diverso tempo per accordare la chitarra; inoltre fu il primo a pensare lo stesso strumento come “unicum”, ovvero unendo la melodia all’accompagnamento nella fase d’esecuzione, elemento tipico del pianoforte.

Ma se la musica è slegata agli schemi attenendosi alla sola fantasia dell’autore, non si può dire che i versi delle sue canzoni siano diversi: l’evidente influenza simbolista – la cui poetica si basa essenzialmente sulle corrispondenze interiori per mezzo di simboli di ogni genere – fa sì che la struttura metrica sia ridotto all’osso ma abbastanza polposa da soddisfare qualsivoglia orecchio. Molti hanno descritto la sua poesia come malinconica per i temi provanti (l’amore perduto, la solitudine, la speranza nel cambiamento di una vita poco amata) altri come sublime, per l’onestà spirituale con cui si presentava; eppure la definizione più adatta ritengo sia “autentica”. Nick Drake era autentico, punto.

Artisticamente parlando oggi Nick Drake è un mito inarrivabile: per la tecnica chitarristica e la qualità letteraria dei suoi testi; chi invece sa leggere oltre le righe e ascoltare ben oltre ciò che sente, capisce perfettamente chi era Nick Drake: un ragazzo timido ma con il sogno inarrestabile di amare, e il desiderio di essere amato. “Il tempo mi ha detto | di non chiedere di più | un giorno il nostro oceano | troverà la sua riva.”








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