Musica

17 Ago 2020


Woody Guthrie, la musica come arma contro il totalitarismo

“L’amore è l’unica medicina in cui credo”

Può essere la musica un’arma? Appare scontata come domanda ma la risposta, benché tutti siamo certi della non-letalità della musica, trova la sua origine nella storia di Woody Guthrie, considerato il primo cantautore americano ad aver portato l’impegno civile e il tema politico all’interno del mondo discografico, rivoluzionando così l’intera concezione musicale.

Woodrow Wilson “Woody” Guthrie nasce il 14 luglio 1912 poco lontano da Okemah, nell’Oklahoma, durante la corsa ai giacimenti petroliferi che hanno arricchito il padre Charles, il quale però, ben presto finisce sul lastrico: non sarà che la prima di una lunga serie di disgrazie per il giovane Woody, che sempre nello stesso periodo comincia a vagabondare di città in città imparando a suonare, tra le altre cose, l’armonica, la chitarra e il mandolino.

Dopo l’avvicinamento alla musica folk e l’iscrizione al Partito Comunista nel 1936, si trasferisce a New York dove entra in contatto col mondo intellettuale della città, impegnato a rinnovare la musica popolare: per un breve periodo suona con gli Almanac Singers poi, nel 1943, si arruola nella marina mercantile di supporto all’esercito alleato. Sopravvissuto alla battaglia dell’Atlantico e a due naufragi, riprende ben presto a incidere canzoni e a partecipare alla vita politica: finito nel mirino dei maccartisti, impegnati in una “caccia alle streghe” alle presunte spie filo-sovietiche, Guthrie rimane sempre più isolato dalla comunità, fatto che mina la sua salute. Morì nel 1967, dopo alcune complicazioni dovute alla corèa di Huntington, patologia genetica neurodegenerativa di cui era affetto.

Definito da molti critici come la «mosca bianca della musica statunitense»; Guthrie fu un eccellente innovatore della musica folk e cantautoriale: ispirato in particolar modo dalle melodie blues e country, cantò e scrisse sempre apertamente delle gravi situazioni in cui versava la società americana (specialmente nella provincia) colpendo spesso temi sociali e politici e, altrettanto spesso, denunciando crimini e malefatte o puntando il dito contro i dittatori. Il suo atteggiamento, forte dell’influenza politica, lo portò a fare della sua chitarra uno strumento di lotta ai totalitarismi e al fascismo, dandogli fama di contestatore dallo spirito ribelle e sempre positivo.

I testi, che mischiano un fiero patriottismo alla più cruda verità sulla vita e le condizioni della gente (e dei lavoratori), colpiscono per l’immediatezza e l’evidente contaminazione con le parlate tipiche della provincia statunitense: al pari di un qualsiasi dialetto, aumentano la carica empatica e retorica del messaggio di Guthrie che, con le melodie più semplici e “povere”, mira a solleticare l’orecchio dei potenti, spesso rei di avere troppo a cuore sé stessi o il loro portafogli. Egli stesso disse della sua musica che «scrivo le cose che vedo, le cose che ho visto, le cose che spero di vedere, da qualche parte, in un posto lontano»; gli occhi, che teneva ben aperti sulla realtà circostante, avevano però lo sguardo proiettato in un mondo migliore, dove diritti e benessere erano cosa comune, a tutti e per tutti.

In tutta franchezza, ammetto che l’appartenenza politica di Guthrie potrebbe apparire sospetta e forse deleteria per godere della sua opera, musicale e letteraria, ma per quel che può valere, consiglio di ascoltarla per far rinascere o rinsaldare in noi la speranza e la voglia di riavere un mondo migliore ed equo: la dignità alla fine non è che una maglietta grande quanto noi.

 

 






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