50 anni fa l’uomo metteva piede sulla Luna

"Un grande balzo per l’umanità"
Il 20 luglio 1969 – era domenica – per la prima volta un uomo calpestava la Luna. Quest’uomo si chiamava Neil Armstrong. Aveva trentanove anni ed era sposato con Janet Elizabeth Shearon, che gli aveva dato tre figli, due maschi e una bambina, Karen. Un tumore gli aveva strappato Karen all’età di due anni. Per arrivare lassù, almeno due volte era stato a un soffio dalla morte.
Quando Armstrong con il piede sinistro toccò la Luna, erano passati 4 giorni, 13 ore, 24 minuti e 13 secondi dall’accensione dei motori del razzo Saturno 5 sulla rampa 39/A di Cape Canaveral, Florida. Negli Stati Uniti era notte. In Italia albeggiava, gli orologi segnavano le 4:56:15 di lunedì 21 ma pochi dormivano. Nel mondo 580 milioni di persone stavano guardando in diretta tv le immagini sfocate dell’astronauta che, a gravità ridotta, camminava incerto sollevando nuvolette di polvere nel Mare della Tranquillità. Poco dopo lo avrebbe raggiunto «Buzz» Aldrin. In orbita lunare seguiva trepidante la loro avventura Michael Collins. (…)
Armstrong, Aldrin e Collins tornarono sulla Terra il 24 luglio con 21,55 chilogrammi di pietre di un altro mondo. Scendendo l’ultimo gradino del Lem (Lunar Excursion Module), il modulo lunare, e toccando la «spiaggia sporca» del Mare della Tranquillità, Armstrong pronunciò la frase: «Questo è un piccolo passo per un uomo ma un grande balzo per l’umanità». (Piero Bianucci, “Camminare sulla luna”, Giunti 2019)

Quel giorno di luglio del 1969 – cinquant’anni fa – l’essere umano conquista un territorio extra-terrestre: travalica i suoi stessi limiti e approda in un luogo estraneo, non concepito per lui; una missione indimenticabile. È il primo evento globale – l’umanità intera, incollata davanti agli schermi televisivi o ipnotizzata dalla radiocronaca, balza sulla Luna insieme a Neil Armstrong e a Buzz Aldrin – e storico a tutti gli effetti. Sul piano politico si stabilisce il primato spaziale degli Stati Uniti sull’Unione Sovietica, primato che, negli anni ’70, si traduce non tanto in rivalità quanto piuttosto in cooperazione e specializzazione nella ricerca. E poi ci sono i frutti delle tecnologie che sono figlie della corsa alla Luna: lo sviluppo delle telecomunicazioni, la miniaturizzazione dell’elettronica, il potenziamento dei computer, internet, il posizionamento globale, le tecnologie mediche avanzate, le fotocamere dei cellulari, le energie alternative derivano tutti da quel grande investimento in tecnologia che ha migliorato la qualità della nostra vita e ha dato impulso innovatore alle nostre economie. Come sottolineato dallo scienziato Wernher von Braun, capostipite del programma spaziale americano, intervistato da Orianna Fallaci «è ben vero che le più grandi scoperte tecnologiche sono state provocate dalle guerre (…) in tempo di guerra, infatti, si esige l’impossibile dagli scienziati e dalle industrie, ma è anche vero che i voli spaziali sostituiscono perfettamente lo stimolo che di regola vien dalle guerre» e aggiunge «la mia speranza ed anche la mia convinzione è che navigare nello spazio diminuisca le probabilità di una guerra in quanto rende la guerra totalmente assurda, un suicidio collettivo, una rovina completa, anche per chi la scatena; secondo me questi razzi che possono essere armi tremende di distruzione sono in realtà i più potenti guardiani della pace» (Da “L’Europeo”, 2 gennaio 1969). Sul piano ideale lo sbarco sulla Luna ci lascia in eredità la consapevolezza che l’uomo è in grado di affrontare sfide straordinarie, ma allo stesso tempo, vedendo la Terra dallo spazio, una sfera azzurra sospesa nel buio, si rende conto anche della sua fragilità e conseguente responsabilità nel salvaguardare lo spazio abitato.

L’orizzonte costituisce da sempre un irresistibile richiamo. È nella nostra natura: la stessa struttura eretta ci consente di tenere lo sguardo alto e la nostra coscienza ha sete di infinito. Incamminarsi verso quella linea di demarcazione tra cielo e terra, e magari scoprire che oltre c’è uno spazio inesplorato, quindi spostare più in là la linea, è il motore della storia. Non ha forse fatto lo stesso Cristoforo Colombo? Ha scoperto l’America spingendosi oltre le Colonne d’Ercole, dove si credeva che il mondo finisse; e la scoperta ha cambiato il mondo.  

È lecito chiederci dove ci porterà questo andare... Fintanto che la scienza, esplorando la Creazione, non si dimentica del Creatore, credo che tutto andrà bene: si allargherà lo spazio conosciuto, si faranno scoperte che potranno migliorare le condizioni di vita… Possibilità che Wernher von Braun non escludeva: «Ho conosciuto molti scienziati su questa terra e non ho mai conosciuto uno scienziato degno di portar questo nome che riuscisse a spiegar la natura senza la nozione di Dio. La scienza cerca di capire la creazione ma la religione cerca di capire il Creatore e nessuno può fare a meno di cercar di capire il Creatore. È un ben povero scienziato colui che si illude di poterne fare a meno: uno scienziato che sfiora la superficie e non guarda nel fondo. Io tento di guardare nel fondo e ci vedo del bene».






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