Agnese Moro e Franco Bonisoli: dall’odio alla riconciliazione, si può

La figlia di Aldo Moro e l’ex-brigatista raccontano un percorso umano di riconciliazione impossibile in astratto eppure vero nella realtà di cuori liberi (e liberati) dal male.

Domenica 23 giugno, nella cornice di E-state in Festa nella città di Imola, sedevano uno accanto all’altro Franco Bonisoli, ex brigatista, e Agnese Moro, figlia di Aldo Moro, per raccontare ciò che sembra impossibile: superare la frattura del male, abbattere il muro che separa vittima e carnefice, testimoniare una riconciliazione possibile. Ripartire nonostante il dolore, perché quello rimane, non si può cancellare. Riconciliarsi, infatti, non significa cambiare nome alle cose, ammorbidire i ricordi, saltare voragini con balzo leggero; significa guardare l’altro con occhio disarmato, spogliare l’umanità dalle sue cattive azioni o intenzioni, incontrarsi oltre il recinto delle proprie ragioni. La strada è stretta, non facile e neppure comoda. Franco e Agnese l’hanno percorsa per sette lunghi anni, costruendo un dialogo significativo e un’esperienza di “giustizia riparativa”. Riportiamo in sintesi la loro storia.  

Marzo 1978

Era mattina quando Aldo Moro fu sequestrato dalle Brigate Rosse. Quella mattina una ragazza di 26 anni, Agnese Moro, aveva salutato di fretta il padre attraverso la porta del bagno e non l’avrebbe mai più rivisto vivo. Dall’altra parte della barricata un ragazzo 23enne, Franco Bonisoli, partecipava al sequestro come convinto sostenitore della lotta armata. Aveva fatto quella scelta radicale a soli 19 anni e aveva scelto le Brigate Rosse perché riconosceva in esse una coerenza tra parole e fatti. Rispetto a cosa? A un bisogno totalizzante di non inchinarsi alle ingiustizie del mondo: la Guerra del Vietnam e quella del Biafra sullo sfondo insieme all’uccisione di Martin Luther King e Gandhi. La violenza come via per opporsi alla violenza, questa l’illusione.

È sempre il 1978 quando Franco Bonisoli viene arrestato e condannato a un regime carcerario durissimo. Contemporaneamente le vittime, anche loro, sprofondano in una gabbia di isolamento e dolore non meno terribile.

La goccia d’ambra

Ascoltando in successione la testimonianza di una vittima della lotta armata e di un convinto protagonista della medesima, ci si accorge che hanno molte cose in comune. Quando il male entra nella realtà, vittima e carnefice (con opposti gradi di responsabilità, s’intende) sprofondano nella stessa voragine, perché il male è male anche per chi lo infligge. Riconoscere le somiglianze oltre le barricate, questo è un movimento simbolico (symbállein “mettere insieme”) che scardina la dinamica diabolica del male (diabállein “dividere”). Agnese Moro e Franco Bonisoli condividono innanzitutto un medesimo confronto serrato con sentimenti capaci di precipitare la persona nel buio cieco: odio, rabbia, rancore, sensi di colpa. È ciò che la signora Moro sintetizza nell’immagine della goccia d’ambra:

«L’odio e il rancore sono dei padroni terribili che giorno dopo giorno fanno sì che tu viva come in una goccia d’ambra, come un insetto chiuso in una goccia d’ambra da cui non puoi uscire e nella quale non ti rendi neppure conto di stare. […] La goccia d’ambra fa sì che tu ti senta solo, hai attorno persone che ti vogliono bene, ma tu sai che nessuno potrà mai capire quello che ti è successo».

Con questa morsa sul cuore vive per molti anni lei, vittima a cui è stato tolto un padre amatissimo. Intanto nel carcere un non meno lacerante rancore dilania il convinto sostenitore della lotta armata; Franco Bonisoli è condannato a 4 ergastoli, affronta il regime carcerario durissimo con la testa alta del rivoluzionario:

«C’era in noi l’arroganza di non riconoscere la giustizia dei tribunali. Ho vissuto nelle carceri speciali, terribili come l’Asinara e Pianosa. Tutto questo non faceva che rafforzare le nostre idee. Il carcere duro, durissimo non mi ha cambiato per niente. Anzi giustificava di più le convinzioni ideologiche».

Il ponte è una persona

Il tassello successivo di questa storia a due voci è posto dalla parola crisi. Affinché un essere umano attraversi la bufera potente che cambia senso e direzione alla propria vita si deve innescare una vera e propria tempesta perfetta: la libertà personale deve essere disposta a spalancare gli occhi e ci deve essere qualcuno che tende la mano.

La vittima si rattrappisce dentro «la goccia d’ambra» finché qualcosa non le rende evidente che la propria sofferenza grava anche sugli altri. Così Agnese Moro racconta l’esplosione della sua crisi personale per uscire dalla spirale sterile del dolore:

«Da dove viene la spinta per cambiare? Ti accorgi che quel dolore, quel rancore che tu provi non è inerte, non è una cosa che resta dentro di te. Senza che tu te ne accorga, senza che tu abbia detto neanche una parola in proposito, quel nero che tu hai dentro si trasmette alle persone che hai vicino e ami di più».

Il male si espande come l’ombra, in silenzio e inavvertito. All’improvviso tutto è buio, a meno che – come si fa per svegliarsi da un incubo – non si urli: basta. “Basta” è il nome che la signora Moro dà al momento in cui si capisce che doveva cominciare a dare credito alle cose buone e non farsi solo intrappolare da un passato di cose cattive. La decisione personale apre una feritoia, ma per uscire dalla gabbia occorre affidarsi a qualcuno che conosca la via.

Ed è il volto del gesuita padre Guido Bertagna a irrompere sulla scena: nasce da lui la proposta di una mediazione, il sacerdote organizza incontri tra chi ha subito la lotta armata e chi l’ha agita. Nel cuore di chi ascolta questa proposta c’è già l’ipotesi che le ferite personali non possano essere rimarginate solo dai processi e dalle condanne esemplari. Ma è possibile che la via sia “mescolarsi” con i cattivi?

Anche per chi vive chiuso dietro le sbarre l’ipotesi di cambiare sembra un azzardo impossibile. La crisi però irrompe nel mondo ideologico e arrogante di Franco Bonisoli: è la constatazione disperata che l’idea a cui si è votata la propria vita è finita.

«A un certo punto sono andato in crisi, non credevo più nelle ragioni della nostra lotta. Mi ero reso conto di aver rovinato la vita alla mia famiglia e alle persone a cui avevo fatto male. Perché cominciavo a percepirlo come tale; prima era un bene, perché si trattava di nemici. Ma quando cominci a non credere più in ciò che fai, i sensi di colpa sono terribili. Le persone a cui abbiamo sparato non erano persone, le avevamo rese cose, simboli, ruoli. La crisi è cominciata quando ho pensato alle persone come persone».

Il “basta” di Agnese nasce dal vedere il proprio dolore si estende agli altri, quel “è finita” di Bonisoli nasce dal rendersi conto che il nemico è una persona. L’umano spezza la gabbia fredda del male. E solo l’umano può ricostruire un’ipotesi di vita nuova.

Al momento di crisi segue anche per Bonisoli un incontro, quello più rivoluzionario di tutti: il cappellano del carcere osa definire “fratelli” proprio loro, i terroristi, i cattivi ritenuti più cattivi dall’intera opinione pubblica. Dal confronto con questo sguardo veramente disarmante si mette a fuoco nella testa dell’uomo che aveva dato tutto per la lotta armata il desiderio di incontrare le vittime, mettersi a disposizione nel caso questi incontri potessero in qualche modo alleviare la loro pena.

Smontare le parole, dare senso ai tempi verbali

«Mentre noi disumanizzavamo quelli che credevamo nemici, senza accorgercene stavamo abdicando a quella che era la nostra umanità. Nei conflitti anche quotidiani quando disumanizzi l’altro fai del male a te stesso, soprattutto a te stesso» (Franco Bonisoli).

«Ritenevo che il dolore fosse una mia prerogativa di vittima. Quando penso che tu hai ucciso delle persone perché volevi cambiare il mondo, ma in realtà ti accorgi che hai solo ammazzato delle persone, capisco che anche il tuo dolore è terribile» (Agnese Moro a Franco Bonisoli).

Il contraccolpo del primo incontro tra Agnese Moro e Franco Bonisoli porta in dote la scoperta di un dolore comune. È il 2009. Per entrambi le categorie si sgretolano: lei trova un uomo che usa i permessi del carcere per andare ai colloqui coi docenti di suo figlio (“Ma come? Non era un mostro? Può un mostro amare così tanto un figlio?”), lui incontra una donna che avrebbe potuto fargli il terzo grado sul passato da brigatista e che invece gli chiede solo del presente, in cosa consista la sua vita oggi. Ed è Agnese a spiegare perché il presente è la chiave necessaria per non darla vinta alla trappola del male:

«Ho capito quanto è importante capire il tempo dei verbi: “sono stati” - “sono”. In mezzo c’è un mondo, c’è una vita. Il “sono” significa che nella vita puoi averla fatta grossa, grossissima, ma non è detto che tu perda la tua umanità; la tua umanità puoi sempre ritrovarla».

Con un balzo enorme la vittima osa dire che il dolore del carnefice è più lacerante e distruttivo, proprio lei che inizialmente aveva rifiutato l’incontro per timore di fare del male ai propri cari e alle altre vittime. Ma fare un salto oltre la barricata delle categorie buoni/cattivi non è un atto astratto che annulla le distanze, non è facile eppure è necessario. Bonisoli e Moro raccontano che c’è voluto un anno di fatica per avvicinarsi, spiega la signora Agnese:

«Ogni parola è una ferita. Abbiamo passato un anno a smontare le parole, a capire cosa significano per l’altro, dove capire non significa farle proprie, non significa scusare niente; significa solo cercare di capire. Se vuoi ascoltare qualcuno ti devi disarmare».

E l’ex brigatista corrobora queste parole con la sua testimonianza: parla delle settimane di convivenza organizzate da mediatori, come padre Bertagna, per generare occasioni che solo la realtà - e non l’ideologia - può ospitare:

«Mi è stata data l’occasione di andare a fondo della cose: ho partecipato a queste settimane di convivenza in una casa del cuneese in cui le vittime e i protagonisti della lotta armata si incontrano. Ci sono anche ascoltatori esterni e mediatori. In queste occasioni ci sono momenti di confronto, in cui ci siamo detti cose che si potrebbero definire indicibili, abbiamo tirato fuori tutto, guardandoci in faccia e ascoltandoci. Poi si andava a mangiare insieme e si affrontava il quotidiano insieme. Vivere insieme ha fatto sciogliere tutte le nostre resistenze: ci ha fatto vedere quanto le cose più pesanti possano essere superate se vai al fondo della semplicità della vita. L’essenza è tutta lì».

L’essenza è tutta lì, nella dinamica dirompente di un incontro. Un uomo che guarda e ascolta un altro uomo. La presenza viva frantuma e tiene a bada la logica astratta e divisiva del male. E questo è consolante, perché significa che non bisogna avere dei superpoteri, ma semplicemente essere disposti a stare nella trama viva del mondo, senza chiudersi nel ghetto dell’ideologia. È Gesù che va a mangiare da Zaccheo, è Gesù che parla nel Tempio, è Gesù che si volta verso il buon ladrone. Riaccade oggi, tutte le volte che la nostra libertà lo voglia.

 

Fonte: Annalisa Teggi su Aleteia






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