Catechisti: custodi, testimoni, animatori e martiri delle comunità cristiane nei tempi di prova

Il caso del Mozambico

Introduzione

Lo scorso 22 marzo accorreva il 25° anniversario del martirio di 23 catechisti di Guiua in Mozambico e il 25 marzo, mentre si celebrava il 25° anniversario ha iniziato l’inchiesta diocesana per la riconoscenza del martirio dei catechisti. È in quest’occasione che ho rivisitato il mio articolo e voluto pubblicare[1] nel “Qual Buon Vento” per fare arrivare dalle nostre parti “quel buon vento che vieni dall’Africa”.

Voglio dunque ricordare i catechisti martirizzati dal Fronte per la liberazione del Mozambico tra il 1975 e il 1992. Inoltre, intendo offrire un atto di omaggio agli eroici laici-catechisti e missionari del Mozambico che spendono la loro vita, spesso in condizioni difficili e pericolose, perché Cristo sia annunciato e tutti gli uomini ricevano la salvezza. Il compito che mi assumo quindi è non solo raccontare dei casi isolati, ma testimoniare in prima persona ciò che i cristiani coraggiosi del mio tempo e della mia Chiesa hanno affrontato per adempiere con la vita alla loro vocazione di cristiani impegnati. Non mi soffermerei soltanto ai martiri di Guiua ma voglio anche ricordare quei martiri che sono, secondo Benezet Bujo, “nostri antenati: quei santi sconosciuti”.

I catechisti nella Chiesa mozambicana in tempo di prova (1975-1992)

Dobbiamo sottolineare due momenti importantissimi della Chiesa mozambicana nel periodo che va dal 1975, data dell’indipendenza Nazionale, al 1992, data dell'accordo di Pace.

Da una parte, abbiamo una Chiesa sotto un regime marxista, una Chiesa spogliata dei suoi averi e del suo essere, una Chiesa purificata; e dall’altra una chiesa nella guerra civile, una Chiesa martirizzata. Ambedue sono caratterizzate dall’emergenza e dalla riscoperta dei catechisti laici nella Chiesa di Mozambico.

Una Chiesa sotto un regime marxista[2]

Poco dopo la dichiarazione dell'indipendenza del Mozambico nel 1975, “con l'ascesa al potere del FRELIMO cioè Fronte per la liberazione del Mozambico e la sua dichiarata posizione marxista-leninista, ostile alla Chiesa, iniziò un periodo di vera persecuzione, con espropriazioni, restrizioni di ogni genere all'attività pastorale, negazione del visto d’entrata nel paese ai missionari stranieri”[3]. La Chiesa fu spogliata dei suoi averi e del suo essere. Molte missioni si videro vuote dei loro missionari e sacerdoti, cioè vuote di gerarchie. Nacquero allora molte piccole comunità cristiane. Esse furono radunate non più attorno ai sacerdoti e ai missionari, ma a quelli che furono chiamati “missionari-laici”, cioè i catechisti ed animatori di Comunità. Essi svolgevano un’attività di custodi, di testimoni e di animatori di queste piccole comunità.

Una Chiesa sotto la guerra civile[4]

Negli anni immediatamente successivi all’indipendenza, il Mozambico è stato teatro di una lunga e sanguinosa guerra civile, durata ben 17 anni, tra il Fronte per la liberazione del Mozambico (FRELIMO), al potere, e il movimento di guerriglia Resistenza nazionale del Mozambico (RENAMO). Durante la guerra civile varie missioni si trovarono coinvolte nella guerra fratricida: molti sacerdoti, religiosi/e e laici furono sequestrati; alcuni testimoniarono l’adesione a Cristo con il martirio non soltanto i sacerdoti, ma anche i catechisti laici.

L'Assemblea Pastorale Nazionale di Beira come avvenimento cerniera tra la Chiesa sotto il marxismo e sotto la guerra civile

La chiesa mozambicana, radunata nella diocesi di Beira, nella sua prima Assemblea Pastorale Nazionale nel 1977[5], con una nutrita rappresentanza di laici delle piccole comunità cristiana, seppe leggere i segni dei tempi e tracciare coraggiosamente il progetto di trasformare la Chiesa del popolo in “Igreja Ministerial”, mediante la valorizzazione dei ministri laici. Le comunità dovevano strutturarsi secondo ministeri-servizi che il Signore andava suscitando. Cosi, venne riformulata la formazione dei catechisti, per rendere più facile ed efficiente la presenza viva della Chiesa in tutte le comunità diffuse nei vasti territori delle missioni. In queste missioni i catechisti furono davvero “custodi, testimoni e animatori delle comunità cristiane”.

I catechisti martiri della Chiesa mozambicana in tempo di Prova

Questa Chiesa mozambicana, nel tempo di prova, ha prodotto i suoi martiri. Vorrei citare alcuni nomi significativi di catechisti che sono entrati nell’eletta schiera dei testimoni della fede. Penso anzitutto a quelli che furono formati nel Centro Catechetico di Anchilo e che svolsero la loro attività missionaria nella zona di Nampula e che furono uccisi nel campo di missione, e in secondo luogo a quelli che furono formati nel Centro Catechetico di Guiùa e che furono uccisi durante la loro formazione e preparazione nel Centro.

Catechista CIPRIANO PARITI di Matibane

Dalla missione di Mueria (nella provincia di Nampula), a causa della persistente siccità Cipriano Pariti aveva dovuto trasferirsi con alcuni cristiani nella zona limitrofa di Matibane, dove fondò una comunità svolgendovi, per volere di tutti, le mansioni di catechista e di responsabile della comunità. Il giorno in cui un gruppo di guerriglieri fece irruzione per mettere le mani sul locale segretario politico in carica, un vecchio musulmano, per salvare il ricercato che era suo nipote, additò Cipriano che stava passando in quel momento. Vane furono tutte le spiegazioni. I guerriglieri della RENAMO lo legarono e lo trascinarono lungo il sentiero che conduceva al villaggio. Giunti dinnanzi al piccolo spiazzo antisante la cappella, intimarono a Cipriano di condurli dal segretario se, come andava affermando, non era lui. Dalla veranda della casa del segretario, la moglie e i figli osservavano terrorizzati la scena. Sarebbe stata sufficiente una parola, un movimento della mano, e avrebbe avuto la vita risparmiata. “Vi ripeto, non sono il segretario, ma l'anziano e il catechista di questa comunità!”. Ma il fatto che non volesse fornire l’indicazione più precisa sul segretario era per i guerriglieri il segno evidente che mentiva.
Cipriano chiese allora di entrare nella cappella. Cinque lunghissimi minuti di intensa preghiera, poi uscì e si consegnò. Lo gettarono a terra e lo finirono col machete. Lasciava moglie e sette figli. Era il 29 agosto 1984. Nel caso di Cipriano si raggiunse certamente il più alto grado di amore disinteressato.

Catechista Perez Manuel

Peres Manuel Chiganjo nacque in Mutarara, provincia di Tete nel 1953. Fu battezzato nella Missione di Alto da Manga (Beira) all'età di 24 anni. Sposato con Alberyina Pitanhanga, ebbe 7 figli.  Fu un buon padre di famiglia e fu impegnato  assiduamente e diligentemente nella sua comunità cristiana dove fu un catechista e animatore eccellente. Fu ucciso nel Centro di Guiua mentre faceva la sua formazione catechistica. Padre Luis Ferraz, responsabile del Centro di Guiua, racconta il triste avvenimento della sua morte con amarezza e dolore. Era il 13 settembre 1987, alle 4 e 50 del mattino, quando si cominciò a udire il suono del mitra. I guerriglieri erano una settantina. Entrarono e fecero man bassa di tutto, distruggendo ogni cosa e portandosi via ciò che ritenevano utile per loro. Gli ospiti del Centro, sentendo gli spari vicini si diedero alla fuga. Il catechista Perez Manuel ebbe un attimo di esitazione, poi ritornò immediatamente indietro per riprendere la sua famiglia e gli altri. I guerriglieri avevano già fatto prigioniero chi avevano trovato. Si scatenò una discussione tra il catechista Perez Manuel e i guerriglieri che volevano portarsi via quelle famiglie. Dopo avere discusso inutilmente cercando di salvare gli altri, si offri al loro posto. Indispettiti, gli uomini armati lo uccisero con una fucilata. I rimasti, “quelli che erano riusciti a nascondersi”, il giorno dopo, finita la tragedia, diedero, con grande dolore, degna sepoltura al catechista Manuel Perez.

I 23 martiri di Guiua

All'inizio del 2002, il Centro Catechistico di Guiua accolse 15 famiglie di catechisti, provenienti delle missioni di Maimelani, Mapinhane, Vilankulo, Muvamba, Funhalouro, Morrumbene, Mocodoene, Jangamo, Gui·a e Inhambane, tutte già provate duramente per la guerra.
La notte del 22 marzo 1992, verso le 11, le famiglie dei catechisti e i religiosi e religiose udirono degli spari qua e là. I padri Andrea Brevi e John Njoroge, udendo ugualmente delle voci e del frastuono, affacciatisi per vedere di che si trattasse, si accorsero che il Centro era circondato da giovanissimi ribelli armati, che stavano evidentemente programmando di sequestrare il Centro stesso.
Visto il pericolo, ogni famiglia di catechista si chiuse in casa, ma ben presto sentirono picchiare alle loro porte. I guerriglieri con brutalità condussero le famiglie lontano dal Centro, a circa tre chilometri, e li malmenarono e dopo un doloroso interrogatorio, i guerriglieri cominciarono a ucciderli in una radura; altri catechisti, vedendo la situazione ormai critica e irreversibile, chiesero di poter pregare. Dopo cinque lunghissimi minuti di preghiera, i 23 catechisti furono uccisi. Salirono al cielo 23 anime bianche, arrossate dal sangue del martirio.

I catechisti furono custodi, animatori e testimoni delle loro comunità cristiane

Custodi: i nostri catechisti martiri definiti già nel 1977 “missionari-laici” ossia “padri di famiglia trasformati in apostoli” hanno saputo conservare con cura, difendere e proteggere non soltanto la fede dei loro fratelli, ma anche il patrimonio della Chiesa nel tempo in cui la Chiesa era sotto marxismo e in tempo di guerra civile.
Prendiamo l'esempio del catechista Cipriano: egli, dalla missione di Mueria-Nampula, a causa della persistente siccità, aveva dovuto trasferirsi con alcuni cristiani nella zona limitrofa di Matibane dove aveva fondato una comunità, svolgendovi, per volere di tutti, le mansione di catechista e di responsabile. La comunità di Matibane, lontana dai suoi missionari comboniani, fu guidata e orientata dal Catechista Cipriano. Padre Cornelio Prandina, descrivendo le attività di Cipriano e degli altri catechisti dice: “sono incaricati di dirigere e coordinare la vita di decine di comunità, specialmente dove non c'è il sacerdote. Alcuni arrivano ad avere la responsabilità di più di 50 comunità.” Custodivano il patrimonio della chiesa dove erano responsabili e la fede dei loro fratelli. Dalla comunità di Matibane si scrive: “Nella zona c'è molto caos. La resistenza si ritira lasciando alcuni a continuare la sua opera... Le famiglie si spaccano drammaticamente, eppure le comunità, continuano a riunirsi con lo sforzo del suo catechista e animatore. Nonostante tutto, le comunità aumentano nella fede”.

Testimoni: I catechisti non hanno avuto paura di testimoniare la loro fede come dimostra quest'interrogatorio nel giorno del loro martirio:

  • Da dove venite?
  • Veniamo da diverse missioni della provincia.
  • Per fare che cosa?
  • Noi siamo catechisti: impariamo la Bibbia e i diversi lavori dei cristiani nelle comunità cristiane.
  • Dov'è il vostro cibo?
  • Siamo poveri, non abbiamo magazzino e viviamo alla giornata.
  • Dove sono i militari che vi difendono?
  • Non lo sappiamo. Non siamo di qui, veniamo da lontano. Sappiamo però che c'è qui una chiesa e un Centro che forma i catechisti.
  • Voi siete sacerdoti?
  • No. Siamo catechisti.
  • Che abbiate risposto bene o male, giusto o sbagliato, per voi la fine sarà la stessa: cioè la morte.

Da quest'interrogatorio i catechisti si espressero in modo chiaro e sicuro riguardo alla loro fede di cristiani, degni di essere trascritti in un martirologio, confessarono e non negarono.

Animatori di comunità: In questo periodo, alcuni catechisti, i pochi rimasti fedeli, alcuni adulti, uomini e donne generalmente anziani, reagendo alla paura iniziavano a riunirsi in gruppetti insignificanti, anche di due o tre. Poco importava se all'ombra di una capanna o sotto una pianta di caju (anacardio). Scomparsi i quadri organizzativi, i piccoli della comunità cominciavano discretamente a riaggregarsi spontaneamente per pregare e leggere la Bibbia, grazie al lavoro dei catechisti. Progressivamente, si formarono e si rafforzarono tante piccole comunità, organizzate attorno alla Parola e alla preghiera al fine di garantire il servizio della fede e l'aiuto ai fratelli in necessità: il catechista vi svolgeva un ruolo importante. L'essere e l'agire della comunità radunata attorno al catechista o all'animatore, che si trattasse dell'azione semplice di ogni giorno o dell'estremo dono di sé, esprimevano la concezione di una vita messa a disposizione della Parola e della legge del Signore. Era questa la loro prima e radicale espressione. Si trattava di una vera e propria spiritualità del martirio.
Su Joaquim Marrumula Nyakutoe si dice "Il Catechista Joaquim uomo coraggioso e d'amore verso la sua gente e comunità cristiana seppe, con il suo zelo apostolico, formare e animare la sua comunità cristiana di Guissembe".
Su Isabel Foloco: "Nella comunità cristiana ove era catechista, fu una donna sempre  disponibile ad animare la comunità e a collaborare nei diversi impegni. I più bisognosi della comunità hanno trovato i lei un aiuto".
Su Carlos Mukuanane: "aveva una buona capacità di leader e fu scelto per essere catechista ed animatore della comunità di Funhalouro, che si trovava senza sacerdote. E seppe animare la sua comunità cristiana nella preghiera e lettura della Bibbia".
Nella biografia scritta da Padre Lerma possiamo trovare moltissimi esempi di custodi, testimoni e di animatori di comunità. Questi hanno dato la loro vita mentre si preparavano, si formavano per essere dei custodi, testimoni e animatori qualificati.

Catechisti martiri e la missione della loro provenienza[6]

1. Ivone Faustino - Inhambane
2. Cecília Jamisse - Inhambane
3. Faustino Cuamba - Inhambane
4. Catarina Murrombe - Vilankulo
5. Isabel Foloco - Morrumbene
6. Benedito Penicela - Morrumbene
7. Joaquim Marrumula - Jangamo
8. Verónica Sambula - Mapinhane
9. Madalena Mbeu - Guiúa
10. Deolinda Gungave Sevene - Maxixe
11. Gina Fernando - Maxixe
12. Peres Manuel - Beira
13. Maria Titosse . Guiúa
14. Rita Leonardo - Guiúa
15. Arlindo Leonardo - Guiúa
16. Leonardo Joel - Guiúa
17. Arnaldo Adolfo - Massinga
18. Zito Adolfo - Massinga
19. Luisa Mafu - Massinga
20. Juvêncio Carlos - Funhalouro
21. Fátima Valente - Funhalouro
22. Carlos Mukuanane - Funhalouro
23. Susana Carlos - Funhalouro

Conclusione

Il sacrificio delle famiglie di Guiua non è stato inutile, perché quel luogo oggi è il fulcro della Diocesi di Inhambane, dove si può toccare e vedere il piede, l’impronta della presenza di Dio nella terra dei Tonga, dei Twas, degli Xopes e degli Ndaus. Voglia Dio aprire gli occhi e la mente di tutti perché possiamo percepire, ricordare e valorizzare debitamente quest’apertura del cuore di Dio per Inhambane.

Pwiya Rerihani Africa … Amen – Aleluia “Dio benedice Africa”

 

[1] Cfr. AFONSO Osorio Citora, “Catechisti: custodi, testimoni, animatori e martiri delle comunità cristiane nei tempi di prova : Il caso del Mozambico ” in L' identità del laico catechista nell'evangelizzazione dei popoli: uomini e donne testimoni del Risorto e corresponsabili della missione : atti del Convegno, Roma, 28-29 aprile 2009 / a cura di Sante Bisignano , p.217-223
[2] J. Baur, Storia del Cristianesimo in Africa, Bologna 1998, 500-503
[3] G. Tebaldi, La Missione racconta. I missionari della Consolata in camino con i popoli, Bologna 1999, 162
[4] A. Baritussio, Mozambico. 50 anni di presenza dei missionari comboniani, EMI, Bologna 1997, 357-381
[5] F. A. Alves de Sousa e F. A. Da Cruz Correia, 500 anos de evangelizaçao em Moçambique, Maputo 1998, 186

 

Osório Citora Afonso,
Missionario della Consolata
Casa Milaico
Via del Solstizio 2
Nervesa della Bataglia





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