Elide: storia di una sanvendemianese, emigrata in Argentina

Elide, classe 1921. Dopo 15 ore di volo, da Buenos Aires, tocca la terra veneta in cui è nata. La incontriamo a San Vendemiano, ospite in casa di amici. La sua casa d’origine sorgeva in località Cosniga. Dopo averla vista l’ultima volta nel 2007, quest’anno, con grande sorpresa, Elide non la ritrova: la casa ha lasciato spazio alla rotatoria; «si coprono così gioie e dolori» commenta, con la saggezza di chi ha tanto vissuto.

Seconda di tre fratelli, la sua giovinezza è segnata da tanti spostamenti. Primo fra tutti quello del padre, che si trasferisce in Argentina quando Elide è ancora piccola in cerca di migliori opportunità lavorative. Nel 1936, a sedici anni, Elide si sposta a Torino per lavorare sui telai. L’azienda tessile era legata ad un convento che dava ospitalità alle operaie: «eravamo tante, soprattutto da San Vendemiano e da Bergamo – ricorda Elide, con una lucidità sorprendente – Sono stata lì finché sono cominciate a cadere le bombe». Era il 1939, inizio della Seconda Guerra Mondiale, anni impressi a pennarello indelebile nella memoria di Elide. «Mi hanno chiesto di rientrare a San Vendemiano per sostituire un impiegato comunale che era partito per la guerra. Dalla stazione di Torino per arrivare alla stazione di Conegliano ci sono voluti tre giorni: ogni volta che suonava la sirena che preannunciava la caduta delle bombe, ci si fermava e ci si nascondeva tra i filari di grano lungo la ferrovia, e poi si ripartiva». Elide lavora in Comune a San Vendemiano per qualche anno, ma erano tempi di estrema povertà e precarietà. Una delle immagini più vivide nella memoria di quegli anni è la persecuzione degli ebrei ad opera del nazi-fascismo: «ricordo che si cercavano di nascondere gli ebrei nella Casa de Gironcoli di Conegliano, anche qui a San Vendemiano, dove avevamo la casa, facevamo dei buchi nella terra per nasconderli».

Finita la guerra, gli impiegati comunali rientrano e a San Vendemiano non c’è lavoro. Elide si trasferisce a Milano e lavora in una casa di moda. In piazza a Milano ricorda di aver visto Mussolino impiccato, assieme all’amante. Sono immagini di storia che scorrono ancora vivide negli occhi di questa anziana signora. A Milano Elide trova anche l’amore: si sposa con un uomo che faceva l’impiegato alla Pirelli e, dalla loro unione, nascerà una figlia, Alessandra.

Quindi il trasferimento in Argentina, per desiderio della madre, che sperava di riunire la famiglia. Nel ’48 Elide parte con il marito dal porto di Genova alla ricerca del padre in Argentina: «29 giorni d’acqua e cielo». Emigrati in terra straniera, Elide e suo marito trovano lavoro e si stabilizzano. Passa un anno prima di riuscire a incontrare il padre, che, da quando era partito, Elide non aveva più visto. Lui si era fatto un’altra vita. Sfuma il sogno di riunire la famiglia, tuttavia Elide lo assiste nei giorni della sua vecchiaia, e sarà con lui quando chiuderà gli occhi per l’ultima volta. Nel frattempo risparmia alla madre la fatica del trasferimento: «le dico di restare in Italia e che io sarei andata a trovarla ogni volta che avrei potuto».

Promessa mantenuta, anche dopo il tragico incidente in cui la madre perde la vita. Elide continua a far ritorno nel suo Paese, perché – sottolinea – «sono residente in Argentina, ma resto italiana».

Scampata alla guerra in Italia, la famiglia di Elide, in Argentina, trova un’altra dittatura e un’altra pagina drammatica di storia. I contrasti interni del 1978, culminano nei tristemente noti “voli della morte”: i dissidenti (o presunti tali) venivano sedati e gettati in pasto agli squali nell’Oceano Atlantico con dei blitz aerei. Elide ricorda questi aerei, e racconta alcuni episodi – il fermo della figlia da parte dei militari, che le sottraggono auto e documenti, e l’irruzione armata in casa – che, fortunatamente, si risolvono nel migliore dei modi.

Oggi Elide ha 98 anni: gioie e dolori nel suo cuore, ma ancora tanta vitalità. Abita al sedicesimo piano di un palazzo a Buenos Aires, grande città cosmopolita. Il giorno della partenza per venire in Italia si è verificato un black out in tutta la capitale, e lei si è fatta 16 rampe di scale a piedi con in mano una torcia: «Non potevo certo perdere l’areo!» sorride. Vive sola, con la compagnia del cagnolino Nono. La figlia vive a 2.000 chilometri di distanza, a San Martín de los Andes: «è un posto bellissimo, vado spesso a trovarla» e, per farlo, s’imbarca da sola su un volo interno. A vederla, ascoltarla e sentire quello che fa non le si darebbe l’età che ha. «Il segreto – dice – è tenersi sempre occupati: io lavoro tanto a maglia, ricamo (ora un po’ meno perché la vista non è più quella di un tempo), leggo tanto, faccio parole crociate, amo cucinare e prendermi cura della casa». Mi saluta regalandomi due presine all’uncinetto, fatte dai lei, colorate come il suo sorriso. Un sorriso gentile, sincero, modesto, che non scorderò mai. È la semplicità di una donna che è passata attraverso tante vicissitudini conservando il gusto di vivere.

(Dall'ultimo numero della nostra rivista - QualBuonVento n°8)






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