VAJONT: CASO ESEMPLARE DI DISASTRO EVITABILE

“Se c’è qualcosa che può sostituire l’amore, questa è la memoria” (frase scritta su un muro del centro storico di Erto). A 53 anni di distanza dalla tragedia del Vajont, ricordiamo…

9 ottobre 1963: Frana del Vajont

PREMESSA - Il Torrente Vajont scorre in una valle molto stretta e profonda, che sbocca nel Piave di fronte alla cittadina di Longarone, in provincia di Belluno. Dal momento che incisioni come questa sono ideali per produrre energia elettrica, già nel 1957 viene progettato e approvato un impianto idroelettrico che sfrutti il salto dell’acqua raccolta in un lago artificiale appositamente creato con la costruzione di una diga.
Questa viene realizzata in calcestruzzo a doppia curvatura: con i suoi 265 metri diviene la più alta d’Europa, un vero gioiello dell’ingegneria. Solo nel 1959, in fase avanzata di costruzione, viene affrontato il problema della stabilità dei versanti prospicienti il lago, in seguito ad alcune frane avvenute in località vicine.
Gli studi riconoscono la presenza di un’enorme paleofrana e suggeriscono semplicemente di tenere sotto controllo eventuali spostamenti in concomitanza con il riempimento del lago.

FATTI IMMEDIATAMENTE PRECEDENTI - Quando, nel marzo del 1960, l’acqua sale fino a quota 590 metri, arrivando a lambire la paleofrana, si stacca una prima massa terrosa. Il fenomeno si ripete nel mese di giugno. Questa volta l’acqua raggiunge quota 600 metri e si osserva nel versante una fessura continua lunga oltre 2 km; la strumentazione segnala una velocità di spostamento del versante stesso di 3 metri al giorno. Il 4 novembre 1960, quando l’acqua raggiunge quota 650 metri (pari a 70 metri d'altezza), si stacca una terza frana di circa 700.000 mc che scivola nel lago creando un’onda di 30 metri, la quale, fortunatamente, non provoca danni. Ma ormai il fenomeno franoso è assai evidente e il pericolo manifesto. Tuttavia... i lavori proseguono e il lago viene nuovamente riempito fino a raggiungere quota 700 m nel dicembre 1962. L’assurdità della prosecuzione dei lavori in tali condizioni di rischio è dettata dagli interessi economici in gioco. In quegli anni, era in corso la nazionalizzazione della produzione di energia elettrica e la ditta che stava realizzando l’impianto del Vajont doveva cedere - dietro rimborso - l'impianto stesso al neonato Ente elettrico di Stato (ENEL). Vi è, perciò, un evidente interesse economico dietro alla volontà di espletare la diga e questo porta a minimizzare la gravità della situazione e ad accelerare il riempimento del bacino per mettere in produzione l’impianto. Sarebbe sufficiente abbassare il livello dell’acqua per interrompere i movimenti del versante, ma – nonostante sia ormai chiaro che l’instabilità è dovuta proprio a questi – si continua ugualmente a riempire il bacino giungendo, nell’agosto 1963, a quota 710 m. In questa situazione i movimenti riprendono e aumentano; è ormai chiaro che tutto il versante si sta muovendo. È davvero inspiegabile come – a questo punto – si decida di rimandare l’inizio dell’abbassamento del lago a fine di settembre, quando ormai è troppo tardi: con l’abbassamento il movimento del versante non accenna a diminuire, anzi aumenta rapidamente fino al collasso finale.
 
LA FRANA - Oltre 240 milioni di metri cubi di roccia si staccano dalla parete del Monte Toc e scivolano nel lago alla velocità di 20-25 m/s. La massa franata, a causa dell’elevata velocità, solleva un’onda che da quota 710 metri arriva a quota 935, lambendo gli abitati di Erto e Casso sul versante opposto rispetto a quello da cui si è staccata la frana e provocando vittime nelle frazioni vicine. L’onda di ritorno scavalca la diga (che resiste all’urto) e provoca nella valle sottostante un’onda di piena di alcuni milioni di metri cubi d’acqua, che impiega soli 4 minuti per percorrere i 1600 metri del torrente Vajont fino alla confluenza con il Piave. La città di Longarone, situata allo sbocco di questa stretta valle, viene distrutta in un arco di tempo brevissimo senza concedere ad alcuno la possibilità di mettersi in salvo. La corrente s’incanala poi lungo il Piave, provocando ulteriori danni e rendendo impossibile ogni azione di soccorso. Complessivamente muoiono 1909 persone. Il processo si trascina per anni e si conclude nel 1971 con la condanna del direttore responsabile dell’impianto e del Capo del Servizio dighe del ministero dei lavori pubblici.
 
La frana del Vajont è l’esempio più tragico e forse meglio conosciuto di disastro naturale provocato dall’attività dell’uomo. La carenza di uno studio geologico apposito e dettagliato dell’area circostante il bacino artificiale, e non solo dell’area di imposta, è stato il primo errore fondamentale dell’opera. Se lo studio fosse stato più accurato, sicuramente l’intero progetto sarebbe stato abbandonato o almeno messo in seria discussione.
 
3 febbraio 1963: nasce l’Ordine dei Geologi.

Il geologo si riconosce nei princìpi costituzionali di salvaguardia della salute e dell’ambiente ed opera per la tutela ed integrità geologica del territorio, anche con azione di prevenzione e mitigazione dei rischi di dissesto, siano essi naturali o indotti da intervento antropico.

Ovviamente, il geologo, nella sua attività, deve essere supportato dagli studi di altri professionisti, i quali, al di là della competenza tecnica, dovrebbero sempre disporre di senso di responsabilità e amore per la vita.

Quando la storia racconta la tragedia, la memoria serve a imparare dagli errori commessi per evitare che si ripetano. Ricordare quello che è stato – soprattutto da parte delle giovani generazioni – significa trarre insegnamenti per la crescita della coscienza collettiva e per la formazione del cittadino e del professionista di domani. I luoghi del Vajont costituiscono un frammento di storia da custodire, perché ricorda all’uomo che, pur nel continuo tentativo di sperimentare la potenza della tecnica e di migliorare la propria condizione, non può perdere di vista il bene comune. Soprattutto, non può sacrificare la tutela dell’ambiente e la sicurezza umana collettiva ad interessi privati di tipo economico.






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