Editoriali

11 Gen 2021


È tempo del “noi” per superare la crisi

Intervista del Papa al Tg5: all’inizio del nuovo anno Francesco si sofferma sui grandi temi di attualità e invita all’unità e alla fratellanza.

Indubbiamente questo tempo che stiamo vivendo è un tempo di crisi, non solo per l’epidemia e i suoi effetti, ma per tanti altri segnali di crisi – guerre ovunque, povertà, emarginazione sociale… – per i quali il papa dice «stiamo vivendo una terza guerra mondiale a pezzi». La crisi dovuta alla pandemia – rileva Francesco – ha acuito ancora di più la “cultura dello scarto” nei confronti dei più deboli, siano essi poveri, migranti o anziani.

E allora come si può pensare (o sperare) di uscire dalla crisi? «Da una crisi mai si esce come prima, mai – afferma il papa – Usciamo migliori o usciamo peggiori». Se vogliamo uscire migliori dobbiamo guardare in faccia la realtà, non voltarci dall’altra parte, fare finta che i problemi che sconvolgono il mondo non ci siano, che non ci riguardino, e «fare la revisione di tutto» alla luce dei grandi valori, che sono sempre gli stessi, da declinare e tradurre nella vita e nel momento storico che si vive. Se noi usciamo dalla crisi «senza vedere queste cose – basterebbe guardare solo a questi due problemi: bambini che soffrono la fame e non possono andare a scuola, guerre che sconvolgono molte aree del pianeta – l’uscita sarà un’altra sconfitta, e sarà peggiore».

Per il Pontefice, questo è il tempo di «pensare al noi e cancellare per un momento l’io, metterlo tra parentesi. O ci salviamo tutti, o non si salva nessuno». La parola chiave per uscire dalla crisi è vicinanza. «Questa è la sfida – continua il papa –: farmi vicino all’altro, vicino alla situazione, vicino ai problemi, farmi vicino alle persone». Fa riferimento quindi a una fotografia: una donna benestante – pelliccia, cappello, guanti, gioielli lasciano ben intendere il suo status – esce da un ristorante di lusso; accanto a lei c’è un’altra donna vestita di stracci, con la mano aperta e tesa a chiedere aiuto. La signora benestante non se ne accorge nemmeno, il suo sguardo è altrove, voltato dall’altra parte. Ecco, questa indifferenza – non voler vedere i problemi che non ci toccano direttamente – è nemica della vicinanza, avverte Francesco. Si parla «di un sano menefreghismo dei problemi, ma il menefreghismo non è sano. La cultura dell’indifferenza distrugge, perché mi allontana». E allora ci farà bene lasciarci interrogare da ciò che ci circonda, nei luoghi vicini dove viviamo e lavoriamo, ma anche in quelli più lontani, soprattutto dare un’occhiata a certe periferie, per raggiungere le quali, a dire il vero, non occorre andare poi tanto lontano, e chiederci: c'è amicizia sociale? Se non c’è, come posso io farmi prossimo?

Il primo passo per farsi prossimo è riconoscersi fratelli. Non a caso, su questo tema della fraternità e dell’amicizia sociale il Santo Padre ha dedicato la sua ultima enciclica: Fratelli tutti. L’appello è all’unità. In questo tempo di crisi, egli esorta in particolar modo la classe dirigenziale, nella Chiesa come nella Politica, a mettere tra parentesi il proprio personale interesse o punto di vista: «tutta la classe dirigenziale non ha diritto a dire io, deve dire noi e cercare una unità di fronte alla crisi»; in questo momento storico che stiamo vivendo «un politico, un pastore, un cristiano, un cattolico, anche un vescovo, un sacerdote che non ha la capacità di dire noi invece di io – insiste Francesco – non è all’altezza della situazione», e soggiunge che «i conflitti (tra opinioni diverse) nella vita sono necessari, ma in questo momento devono fare vacanza» per favorire l’unità del Paese, della Chiesa, della società tutta.

Pungolato dal giornalista Fabio Marchese Ragona anche sul campo dell’attualità, Papa Francesco invita a considerare certi temi (vaccino, aborto, migranti) come questioni etiche prima di tutto, che hanno a che fare con la nostra coscienza di uomini, prima ancora che di cristiani, e condanna fermamente ogni forma di violenza, a commento dei drammatici fatti di Capitol Hill del 6 gennaio scorso («dobbiamo riflettere e capire bene e per non ripetere, imparare dalla storia»).

Infine, Francesco confida come personalmente sta vivendo le restrizioni dovute alla pandemia. Ben comprende la sensazione di “ingabbiamento”, ma afferma anche di aver riscoperto con piacere il telefono quale strumento di vicinanza e di aver vissuto più intensamente certi momenti, come la preghiera. Interrogato dal giornalista, «per me – afferma il papa – la fede è un dono, né tu né io né nessuno può avere fede con le proprie forze: è un dono che ti dà il Signore». La fede quindi è un dono da chiedere. L’invito è a rendersi disponibili, ad aprire il cuore per ricevere, nella fede, la «vicinanza di Dio». Dio è il primo vicino. Se seguiamo Lui, se accogliamo il suo messaggio, sicuramente usciremo dalla crisi migliori, e tracceremo una strada nuova, oltre il muro dell’indifferenza, vivendo da fratelli.






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