Editoriali

22 Dic 2018


Il coraggio di pensare con la propria testa

Considerazioni intorno al caso Sfera Ebbasta...

Leggendo i commenti dilaganti nei social a proposito del caso Sfera Ebbasta dopo la tragedia di Corinaldo, mi pare emerga – sia dalla schiera dei pro sia dalla schiera dei contro questo nuovo genere di musica trap – una necessità di fondo: la necessità di pensare con la propria testa. È questo un esercizio di libertà che educa a cogliere la bellezza laddove essa è veramente, ma anche a calarsi nella realtà con le sue luci ed ombre senza lasciarsi influenzare, anzi magari indirizzandola…

Questo bisogno è già stato rilevato da Immanuel Kant in risposta alla domanda “Che cos’è l’Illuminismo?”: «la nostra epoca [siamo nel Settecento, ndr] – scrive il filosofo tedesco – è sufficientemente matura da permettere a tutti gli uomini di cominciare a pensare con la propria testa; la nostra epoca deve assumersi quello che è il coraggio di pensare con la propria testa».

Pensare con la propria testa significa assumersi la responsabilità di quello che si pensa e di quello che poi dal pensiero viene trasposto in azione. Tutti siamo convinti di saperlo fare. In realtà non è un’abilità molto diffusa, perché ci sono tanti condizionamenti sociali che, senza che noi ce ne accorgiamo, strutturano la nostra mente, il nostro modo di pensare. Per questo Kant dice che bisogna avere il coraggio di pensare con la propria testa. E come si fa?

Ce lo insegnano i filosofi.

Ne ha parlato anche Enrico Nadai nel corso di un’articolata conferenza sul tema “Che cos’è la filosofia” che ha tenuto a Mareno di Piave (TV) lo scorso 6 dicembre. Lo conosciamo come cantante, ma è soprattutto un cantante – che pensa, lo capiamo già dalla profondità dei testi delle sue canzoni. Che un giovane si ponga questa domanda e provi a condividerne la riposta, è una ricchezza per tutti.  

A differenza di altre discipline, il senso della filosofia sfugge, eppure riguarda tutti, filosofi e non, studenti di filosofia e non: fare filosofia è pensare con la propria testa e cercare da sé. Se poi volessimo rintracciare nel fare filosofia un’utilità, una spendibilità pratica immediata, faticheremmo a trovarla, perché la filosofia si pone finalità più alte. Una delle finalità che la filosofia si pone è la ricerca della verità. Discende da qui un modo d’essere peculiare del filosofo (pensatore), che è un essere-in-ricerca. Oggi viviamo in un’epoca in cui la verità sembra non esserci più. Ecco che la filosofia si occupa anche di questo, di capire dove sta la verità anche ai giorni nostri. Le provocazioni che la nostra epoca lancia, si possono capire e gestire solo esercitando il pensiero. Più che inibire, occorre educare i giovani a questo, a pensare

Platone lega la filosofia all’amore, che è un atteggiamento di cura generato sempre da una mancanza e da un desiderio di pienezza. Sottolinea Nadai richiamando Lacan: amare è donare a qualcuno qualcosa che non abbiamo, affinché se ne prenda cura. La cura di sé passa attraverso la messa in discussione di sé alla presenza di un altro da sé. È una questione etica, prima ancora che intellettiva. Non a caso il dubbio, la messa in discussione, è la matrice della filosofia. In questo senso quando facciamo filosofia sentiamo tutto che traballa, ma è proprio allora che può aprirsi uno spiraglio di luce. Proprio come il vero amore si vede nei momenti di crisi! La chiamano coscienza critica, quella che ci fa uscire da un certo conformismo, quella che ci fa comprendere a fondo la realtà, quella che ci fa smascherare opinioni infondate, ma io direi più semplicemente che è esercizio del pensiero. La filosofia deve essere, come segnala Platone attraverso il mito della caverna ed evidenzia Nadai in chiusura del suo intervento, liberatrice dal buio, quindi deve in qualche maniera attivare la nostra mente affinché una verità venga ricercata, affinché la nostra epoca venga vissuta al di là delle sue sfumature tenebrose. La tenebra è quella che vivono quegli uomini che non pensano con la propria testa, che non pensano da sé e che non ricercano da sé. È un esercizio costante, quello a cui siamo chiamati, perché la realtà ci sottopone in ogni momento la possibilità di pensare. Di fronte a qualsiasi oggetto che esercita su di me un certo condizionamento esplicito o meno, io – pensando – posso metterne in dubbio la validità e in questo modo prenderne le distanze; a quel punto sarò io a governare l’oggetto, non viceversa. Per fare questo occorre essere in cammino, in cammino verso un fine che è il vivere bene. Vivere bene non è il vivacchiare, ma vivere secondo una coscienza, che è la coscienza di essere radicati in una società e di avere la responsabilità di farla progredire verso un fine che sia positivo nell’apertura di orizzonti superiori alla vita materiale. Questo significa non accettare acriticamente tutto quello che la tecnica, il mercato, i mezzi di comunicazione, la moda del momento, etc. ci propinano. Se ci pensiamo bene – dice Enrico – oggigiorno siamo disabituati a pensare alle cose facendole procedere verso quello che per i filosofi greci era il fine di tutte le cose, il Bene; siamo piuttosto abituati a pensare alle cose in maniera sbrigativa, secondo l’interesse o il piacere del momento. La filosofia, l’esercizio del pensiero, in quanto cura e ricerca, può aiutare anche a questo: a dare alla vita un senso e una destinazione che ci veda protagonisti, pensatori-in-azione. La trap di Sfera può essere un monito di ciò che non va. A noi la possibilità di cambiare, di cercare risposte alt(r)e.






ABOUT AUTORE





Utilizzando il sito web, accetti il nostro uso dei cookie, per una tua migliore esperienza di navigazione. Maggiori informazioni Ok