Il rumore di Ivan e Paolo

Sul palco di Sanremo anche due luminosi testimoni di speranza e amore per la vita (Editoriale di Alessio Magoga - L'Azione)
Bisogna riconoscere, non solo alla luce dei dati d’ascolto, che la settantesima edizione del Festival di Sanremo “ha fatto rumore”, prendendo a prestito il titolo della canzone di Diodato che – a mio avviso meritatamente – ha vinto la kermesse canora con “Fai rumore”. Han fatto rumore i dissidi tra Morgan e Bugo, che ha lasciato improvvisamente il palco durante l’esibizione. Ha fatto rumore la partecipazione al Festival di Junior Cally, perché i testi di alcune sue canzoni, molto violenti, sono stati accusati di sessismo. Ha fatto rumore il modo di presentarsi di Achille Lauro, che si diverte a citare mondi in paradossale contrasto tra loro, come la sua canzone “Me ne frego”. Ha fatto rumore il drammatico monologo della giornalista israeliana Rula Jebreal contro la violenza sulle donne… Sanremo 2020 è stato anche il Festival che si è aperto con un Fiorello vestito da “prete” e in cui Benigni ha spiegato e recitato il Cantico dei Cantici, con il conseguente strascico di “rumorose” polemiche sulla sua interpretazione, per alcuni aspetti molto discutibile, del testo biblico.
Tuttavia, dal mio personalissimo punto di vista, quello che ha fatto più “rumore” sono state due performance davvero originali (forse mandate in onda un po’ troppo tardi a causa di una scaletta troppo piena). Mi riferisco a Paolo Palumbo e Ivan Cottini. Accomunati dal fatto di essere colpiti da gravi malattie degenerative (la sclerosi laterale amiotrofica nel caso di Palumbo e la sclerosi multipla per Cottini) hanno dato una testimonianza straordinaria di capacità di reazione e di voglia di vivere. Palumbo, sebbene fuori gara, ha portato sul palco dell’Ariston la canzone “Io sono Paolo”, scritta da lui e interpretata da Christian Pintus: un vero e proprio inno alla vita! Cottini, pur in sedia a rotelle, si è esibito in un emozionante balletto con la ballerina professionista Maria Berardi e alla conclusione ha lanciato il suo forte messaggio: «La diversità è bellezza e io ne ho fatto un’arte ed è un valore aggiunto per la società e soprattutto per la televisione». 
Dal canto suo, Paolo ha lanciato il proprio messaggio attraverso la sua canzone, che merita di essere ascoltata (e letta) parola per parola. Parla di sogni, di desideri e di obiettivi in cui si deve sempre credere, anche quando la vita si fa dura e sembra chiudere tutte le porte (anche se chiuse del tutto non lo sono mai). In quei momenti, allora, per «volare bastano gli occhi» e «al di là delle sbarre ci arrivo usando gli occhi e l’immaginazione». La canzone di Paolo parla della sofferenza di «un corpo che è diventato una prigione», ma dice anche della necessità di lottare se vuoi realizzare i tuoi sogni e della speranza che spinge a provarci sempre. Soprattutto Paolo parla del valore delle relazioni, dell’amicizia e della famiglia: «Ho una madre, un padre che adoro e un fratello che mi presta gambe e braccia e non mi lascia mai da solo». Parla anche di Dio, in modo molto schietto, come nell’ultima strofa: «Credo e recito il rosario ed è proprio lui a tenere lontano il mio sicario». 
Paolo e Ivan: due luminosi testimoni di speranza, senza edulcorazioni della realtà che a volte – per qualcuno soprattutto – è molto dura. Dare spazio a storie come queste sullo schermo significa rendere un ottimo “servizio pubblico” ai telespettatori... E inoltre “fa rumore”: un rumore che stimola e fa crescere le persone. Fa anche impallidire altri inutili e noiosi rumori, che restano semplicemente un impercettibile sottofondo.
 






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