L’abbraccio del Papa al mondo

Vivere affidati anche quando il mare è in tempesta

Venerdì 27 marzo 2020 il mondo si è fermato. Non l’avremmo mai creduto possibile in questo secolo profondamente segnato dalla tecnica e dal progresso. Eppure lì, in quella culla della cristianità formatasi duemila anni fa sulla fede rocciosa di Pietro, il mondo si è fermato, stretto nell’abbraccio di quel colonnato.

La porta della basilica è aperta, orizzonte infinito, spazio accogliente. Vicino sono stati posizionati due oggetti che la tradizione popolare ha caricato di un alto valore simbolico: la salus populi romani (raffigurazione di Maria che stringe tra le braccia il figlio Gesù) pregata spesso dai Vescovi di Roma affinché liberasse la città dalle epidemie o da pericoli esterni, e il crocifisso della Chiesa di San Marcello, che, a seguito di una processione, liberò Roma dalla peste nel 1522. Due simboli che ci ricordano che, da migliaia di anni a questa parte, non siamo cambiati: il progresso non ci ha reso invincibili, siamo spaventati oggi come allora, perché, mentre ci illudiamo di dominarla, la vita segue il proprio corso e, a volte, ci spiazza. Allora quei simboli ci rimettono davanti agli occhi ciò che conta davvero: ci riportano al punto esatto di intersezione tra terra e cielo.  

Ma, più di tutto, a far vibrare i cuori di credenti e non credenti è un’immagine di quelle che restano: il Papa, caricatosi sulle spalle tutti i pesi del mondo, se ne sta lì, solo, in una piazza surreale, vuota, nell’«ora che volge il disio» e «ai naviganti 'ntenerisce il core».

Naviganti siamo noi, sospesi tra bonaccia e burrasca, tra aurora e tramonto, anelanti un punto d’approdo.

Il brano evangelico scelto da Francesco (Mc 4,35-41) non poteva essere più adatto, proprio in questo momento in cui “Da settimane sembra sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo, siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa” (Papa Francesco).

Noi – proprio come i discepoli – ci sentiamo travolti dagli eventi: le onde minacciano di rovesciare la barca, e ci chiediamo: Dio dov’è? Quel Dio spesso dimenticato quando il sole è alto e il vento è in poppa, riappare in un grido di rimprovero, quasi disperato, quando le ombre ci avvolgono e le onde ci travolgono: Maestro, non t’importa che moriamo?. È anche il grido delle sorelle di Lazzaro nella pagina del Vangelo di domenica scorsa: Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!. In entrambi i casi Dio non c’era: sulla barca dormiva e dalla casa di Lazzaro se n’era andato. Sembra che Dio non si faccia vedere quando il mare è agitato, la sua presenza potrebbe fare la differenza – ammettiamolo – ma Lui non c’è, non si fa vedere.  Sembra che non si curi di noi… . Ma proprio nei momenti di quasi-naufragio si apre una fessura inaspettata: Dio – rimproverato – si sveglia, appare. Di fronte alla paura dei discepoli sulla barca, di fronte al dolore di Marta e Maria per la perdita di Lazzaro, di fronte ai drammi che affliggono l’umanità, Dio si commuove. Proprio come quel crocifisso posizionato appena fuori dalla basilica di San Pietro, rigato da lacrime di pioggia. Un Dio che piange con noi  ci mostra che non è estraneo a ciò che patiamo, per questo il suo invito a non avere paura risuona con forza maggiore. Perché avete paura? Non avete ancora fede.

A questo punto il Papa riporta gli occhi di tutti a Dio. Forse non è Dio che non si fa vedere, siamo noi a non vederlo bene… . Il tempo si ferma davanti a quel pezzo di pane incorniciato da un ostensorio dorato. Presenza  di un Dio che patisce, perisce e risorge. Presenza di un Dio che si fa dono di vita eterna, prendendo su di sé  tutto il male del mondo. Perché avete paura?  - sembra voler dire - Io ho vinto la morte.

Taci, calmati! Il vento cessò e ci fu grande bonaccia | Lazzaro, vieni fuori!

La Croce è «àncora, timone, speranza». È il battito d’ali della fede contro la tempesta, perché dietro alle nuvole c’è sempre il sole, anche se non si vede. Per questo possiamo dire #andràtuttobene.

“Abbracciare la croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando  per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, di solidarietà (…)” (Papa Francesco).

In questa prospettiva va ripensato quindi tutto il nostro affanno. Che senso hanno il nostro dire e il nostro fare se non si fanno espressione di quell’amore-così-grande? Questo è l’orizzonte del nostro andare: in qualunque circostanza, l’orizzonte dell’Amore ci chiama.

Ne danno testimonianza le tante persone che in questi giorni si prodigano per il bene degli altri, con il proprio lavoro e con piccoli-grandi gesti di solidarietà.

“Con la tempesta è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri ego sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli” (Papa Francesco).

I momenti di prova possono essere delle opportunità per mettere a fuoco l’essenza della realtà: “Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio, il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è” (Papa Francesco).

È l’abbraccio consolante di Pietro che riconduce la terra al suo cielo - orizzonte di senso.  La piazza è deserta eppure c’è dentro il mondo. Sullo sfondo il contrappunto di campane e sirene.

L’invito è a non perdere di vista l’essenziale. Cos’è che vale la pena? Scorgeremo così – anche dentro la fatica – germogli di resurrezione.






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