Cultura

04 Gen 2020


CIBO COME AMORE O MORTE

Terza parte del viaggio dentro le fiabe popolari europee alla scoperta del significato del cibo

Nelle fiabe, il cibo è l'elemento quasi magico, intorno a cui ruotano la vita, la morte, il bene, il male, l’amore e l’odio.

Questo concetto è evidente in diverse fiabe raccolte dai fratelli Grimm, Charles Perrault, Gian Battista Basile, oppure nelle leggende.

Nei racconti del folklore sia l’abbondanza di cibo, sia la sua accurata preparazione con ingredienti speciali, lo rendono strumento di annientamento o di estrema dimostrazione di amore per l’altro.

Dal punto di vista affettivo, la preparazione o la somministrazione di cibo, diviene fattore indicante la predilezione verso una persona; mentre in altre occasioni, esso viene trasformato, fino a divenire mezzo del quale si serve l'antagonista per annientare il protagonista. A tal proposito basti pensare alla mela avvelenata che la strega dona all'ingenua Biancaneve, nell'omonima fiaba, versione dei fratelli Grimm

Per quanto riguarda invece la preparazione del cibo, essa è descritta come un’azione e un gesto di amore verso la persona per la quale lo si prepara, poiché si crede che una parte di noi possa rimanere in quel cibo, un cibo che nutre non solo dal punto di vista fisico, ma anche dal punto di vista psicologico e spirituale, appagando la fame e le incertezze di colui che lo consumerà.

A tale riguardo, si Ricordi la fiaba “Pelle d'Asino[1] di Perrault. In essa, la giovane protagonista scappa dal castello per allontanarsi dal tentativo di incesto proposto dal padre che vorrebbe sposarla dopo la morte della propria moglie. La principessa si rifugia in un paese lontano, in una fattoria, sotto le spoglie di una contadina vestita con la pelle di un asino, dove svolge i lavori più duri e sporchi.

Un giorno di festa, la protagonista, nascosta nella sua misera stanzetta, indossa il suo più bel vestito ma è ignara che il principe di quel regno, fermatosi in incognito proprio in quella fattoria, la sta osservando dalla serratura. Subito dopo averla vista, se ne innamora pazzamente.

Questo “amore, a prima vista”, diviene una sindrome morbosa, che sfocia nel delirio conducendo il giovane ad ammalarsi. L'unico suo desidero è una richiesta singolare, ovvero quella che Pelle d'Asino gli prepari “un piatto dolce[2]: e che immediatamente gli sia portato.

La fanciulla ascolta la richiesta del principe ma prima di preparare il dolce, prepara se stessa e il suo aspetto: “Si chiuse nella sua cameretta: gettò in un canto quella pellaccia sudicia, si lavò ben bene il viso e le mani, ravviò i suoi biondi capelli, s'infilò una bella vitina di argento luccicante e una sottana della stessa roba, e si messe a fare il pasticcio tanto desiderato[3].

Successivamente, la principessa sceglie con cura i suoi ingredienti: Pelle d'AsinoPrese del fior di farina, delle uova e del burro freschissimo[4]. In questo modo il dolce diviene un atto d’amore che viene fatto recapitare immediatamente al principe come richiesto. Egli è ansioso nel ricevere questo particolare cibo e sembra quasi aspetti una risposta alla sua proposta di matrimonio, infatti, si legge che “lo mangiò con tanta voracità[5] e con una “fame da lupi[6].

In altre fiabe il cibo viene descritto e proposto come espressione di morte, affiancato alla magia nera, un incubo alimentare, elemento pericoloso, arma nelle mani dell’antagonista per annientare l’eroe.

È quanto ci propone Giovan Battista Basile nella sua raccolta di fiabe “Il Pentamerone”, “La gatta Cenerentola”, versione più antica della fiaba di “Cenerentola” di Perrault.

In essa, si legge che “la nuova matrigna per cinque o sei giorni soffocò di carezze Zezolla, facendola sedere al miglior posto a tavola, dandole il miglior boccone[7].

In questo caso cibo e attenzioni diventano qualcosa di troppo pesante da sopportare tanto da nascondere un’altra pericolosa intenzione, ovvero sopprimerla e degradare il suo status sociale.

Il cibo, incubo alimentare, emerge anche in un’altra fiaba, meno conosciuta, dove una giovane donna, per sbarazzarsi del marito, chiede consiglio ad una strega che le offre questa risposta: “Non c'è niente da fare, con il veleno non lo puoi ammazzare, fallo meglio mangiare. Una pollastra metti a bollire. Fa un semolino al latte aggiungi burro tanto, e lascia che lo mangi non aver rimpianto! Poi cuoci le frittelle, col burro non fan male, s’ingozzi come un maiale! Diverrà il tuo vecchio più cieco di un ciuchino[8]. L'unica raccomandazione è quella di non accostarsi alla tavola poiché si ammetterebbe la propria colpa.

Anche nelle antiche leggende è possibile trovare il tema dell’abbondanza di cibo per indurre alla morte. Nel mito di Erisittone,[9] per esempio, l'eroe tessalo, reo di aver tagliato il bosco sacro della dea Demetra, viene condannato a una fame continua e infinita che non potrà mai soddisfare e che lo condurrà alla pazzia, tanto da divorare se stesso.

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[1]w.w.w.paroledautore.it
[2]Ibidem
[3]Ibidem
[4]Ibidem
[5]Ibidem
[6]Ibidem
[7]Basile G. B., Il Pentamerone,( Croce B. traduz.), Laterza, Bari, 1957
[8]Cusatelli G., Ucci, ucci. Piccolo manuale di gastronomia fiabesca, Mondadori, Milano, 1994
[9]Guigoni A., Antropologia del mangiare e del bere, Altravista, Pavia, 2009





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