Cucina

02 Nov 2019


CIBO, SOCIETÀ, LETTERATURA E FOLKLORE

Prima parte di un viaggio dentro le fiabe popolari europee alla scoperta del significato del cibo.

Le fonti storiche narrano che la maggior preoccupazione dei popoli è sempre stata la ricerca del cibo, il suo approvvigionamento e la sua conservazione, pratiche necessarie per sfamarsi in modo immediato, ma anche di preservarlo per lungo tempo, ed usarlo nei momenti di estrema carestia.

Nei periodi storici le pance piene si alternano a quelle vuote, e mentre quelle piene rendono l’uomo appagato e di buon umore, il digiuno lo rende nervoso perché il ventre vuoto dilata la misura del tempo indefinibilmente”[1], e il digiuno fa perdere il lume della ragione.

Per questo motivo si prega, Dio e i Santi, per essere protetti dall’incubo della fame. Da qui deriva il rispetto per il cibo, del quale si è soliti non buttare via nulla, tutto deve essere consumato e quello rimasto deve essere conservato per il giorno dopo. Infatti nelle religioni come il Cristianesimo e l’Ebraismo, il cibo è descritto come qualcosa di sacro, donato dal cielo, da un Dio misericordioso e da una Divina Provvidenza che interviene nel momento del bisogno.

Il bisogno di cibo, fa nascere diverse leggende come quella di “Utopia” o del Paese di “Cuccagna”, un paese mitico, nato dalla fantasia dell’uomo per controbilanciare le frustrazioni causate dalle estreme condizioni di miseria e fame delle classi più povere, in un sistema sociale dove vigeva la logica dei privilegi dei signori detentori del potere. In questo paese ideale, gli affamati vi trovavano l’abbondanza, la felicità e la libertà; c’è un banchetto popolare, dove poter appagare ogni bisogno di nutrizione, appetito animalesco e psichico, benessere corporale.

La ricerca continua di cibo determina la raccolta di qualsiasi cosa sia commestibile per la sopravvivenza e produce un tipo di alimentazione caratterizzata da cibo naturale, non trasformato dalla mano dell’uomo, offerto direttamente dalla terra, e simbolo di un’estrema povertà.

Per molto tempo gli uomini si sono procurati il cibo attraverso la raccolta di piante selvatiche, di frutti, o mediante la caccia agli animali e solo successivamente, cominceranno a praticare l’agricoltura e l’allevamento, stanziandosi sul territorio e costruendo villaggi.

La caccia e la raccolta sviluppano un sistema di produzione alimentare tipico delle società primitive del periodo Paleolitico e rappresentano l’unico sostentamento.

In questo tipo di società si distinguevano cacciatori e raccoglitori come soggetti riconosciuti all’interno di un gruppo, una società e una famiglia. In quest’ultima i ruoli erano ben distinti secondo il genere: l’attività di raccolta veniva destinata alle donne e ai bambini, ovvero i soggetti sociali più deboli, mentre l’attività di caccia era svolta dall’uomo e quindi dal capo famiglia. Nella fiaba di “Cappuccetto rosso”, versione di Perrault l’attività di raccolta di nocciole è descritta come un puro divertimento, unita a quella di “correr dietro alle farfalle e fare mazzolini con tutti i fiori”[2]. In questo modo tutti i membri della famiglia contribuivano al sostegno della propria economia e i ruoli femminile e maschile erano associati rispettivamente ai binomi casa e foresta, interno ed esterno, al noto e all’ignoto.

Si deduce che, nella storia, la società considerava due categorie separate secondo funzioni e genere (raccoglitori e cacciatori) assegnando a ciascuno un regime alimentare diverso: ai raccoglitori, ovvero alle donne o ai bambini, è stato affiancato il principio vegetariano indicato dal paiolo pieno d’acqua, dove avviene la cottura del bollito, categoria collegata alla sfera domestica e privata; ai cacciatori, cioè agli uomini, è stato affiancato il principio carnivoro, indicato dallo spiedo e inerente la sfera esterna e quindi del pubblico.

Da altre fonti del folklore, si deduce che la donna era impegnata anche in altre attività domestiche come coltivare l’orto, preparare il pane e la pasta, conservare gli alimenti oltre al “fare e dare da mangiare”[3], azioni che le procuravano maggiori soddisfazioni perché l’obiettivo era di essere considerate brave cuoche e fare “bella figura a tavola”, prendendosi cura materialmente e spiritualmente dei propri cari.

Nella storia, inoltre, la caccia risulta essere un’attività rilevante per la nutrizione soprattutto dei ceti ricchi abituati a un’alimentazione prevalentemente carnea, mentre i ceti meno abbienti, supplivano a questa mancanza facendo uso di cereali e legumi che ribollivano a lungo nelle pentole.

Considerando quanto spiegato sino ad ora, si deduce che mentre i prodotti del sottosuolo simboleggiano la miseria e la possibilità di sopravvivenza e l’integrazione ad altri cibi dell’alimentazione contadina, l’attività di caccia è il simbolo di elevato potere economico; infatti i prodotti cacciati risultano essere doni molto apprezzati dai nobili.

Per le classi più povere la caccia oltre a essere attività esercitata per procurarsi cibo, diveniva attività per procurarsi altro: la pelle degli animali uccisi, spesso serviva per fabbricare indumenti o scarpe, come era tipico presso i gruppi primitivi.

Quanto affermiamo emerge non solo dalla storia e dall’antropologia, ma soprattutto dalla letteratura che comprende anche i racconti folklorici o fiabe ovvero narrazioni orali, brevi e immediate, unite a canzoni e leggende appartenenti alla tradizione popolare o fantastica, dove i protagonisti non sono quasi mai animali (tipici della favola), ma umani che intrecciano le loro vicissitudini con esseri ultraterreni di soglia come streghe, magni, orchi, etc. Nate per il divertimento di un pubblico adulto, le fiabe successivamente sono diventate passatempo per l’infanzia, narrate dagli adulti che si prendevano cura dei bambini, svolgendo attività comuni domestiche.

Nella fiaba il cibo riveste un enorme significato, rappresenta il nutrimento fisico, ma anche mentale, guida l’ascoltatore a rispettare i prodotti che ci offre la terra e il lavoro dell’uomo per essa. La fiaba descrive anche il significato di gesti antichi, quando si baciava il pane che era caduto accidentalmente a terra. In essa, il cibo conta perché manca e miracolosamente arriva, si moltiplica, si divide, sparisce misteriosamente come è apparso, diviene oggetto di desiderio per chi non ne ha, premio per un giorno di festa o di nozze e perciò collegato a sentimenti di gioia e felicità.

Continua…

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[1]Camporesi P., La terra e la luna. Alimentazione, folklore e società, Il Saggiatore, Milano, 1989.
[2]Perrault C., I racconti di mamma l’oca, traduz. diGolitti E., Einaudi, Torino, 1957.
[3] Teti V. Il colore del cibo. Geografia, mito e realtà dell’alimentazione mediterranea. Maltemi, Roma, 1999.





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