Cucina

31 Gen 2020


IL CIBO COME BISOGNO DI NUTRIMENTO

Quarta parte del viaggio dentro le fiabe popolari europee alla scoperta del significato del cibo: le conseguenze della mancanza.

Nella quarta tappa del viaggio tratteremo del cibo come bisogno nutritivo e di come a questo si risponde nelle fiabe.

Vladimir Propp, linguista e antropologo russo, nella “Morfologia della fiaba. Le radici storiche dei racconti di magia”, spiega che la narrazione popolare prende spesso il via da una “sventura”, non solo un evento tragico, ma anche la fame, il desiderio e la ricerca di cibo che trascina i protagonisti a decisioni estreme.

Nei racconti si descrivono le serie condizioni di miseria, povertà e fame che inducono ad allontanarsi da casa, e talvolta sono i genitori stessi “col cuore che gli si spezza” ad allontanare i propri figli quando il cibo scarseggia, come in Pollicino.

Nel racconto di Hansel e Gretel dei fratelli Grimm, l'allontanamento dalla propria dimora, indica anche il distacco dalla sicurezza, dagli affetti familiari, e nel contempo l'attraversamento dall'interno, ovvero il noto, verso l'esterno, ossia l'ignoto, un'avventura che porta oltre. Proprio in questa nuova dimensione, in seguito a lotte e sacrifici, gli eroi potranno impossessarsi di strumenti utili a soddisfare le proprie e altrui necessità.

Nelle fiabe di magia, il cibo, oltre ad avere funzione nutritiva, assume anche quella magica e di iniziazione, mentre l'allontanamento dalla propria dimora, testimonia l'emigrazione dei popoli dai territori più poveri verso quelli più ricchi.

“Salta fuori, Hänsel, siamo liberi!" E Hänsel saltò fuori, come un uccello quando gli aprono la gabbia…  
Tutta la casetta era piena di perle e di pietre preziose: essi se ne riempirono le tasche…
Il padre si rallegrò di cuore quando li rivide… Ora i bambini portarono ricchezze a sufficienza perché non avessero più bisogno di procurarsi il necessario per vivere”.
 
Le circostanze drammatiche sono all’origine non solo dei racconti del folklore, ma, talvolta, anche della letteratura dell’infanzia.

In Pinocchio[1], romanzo per l’infanzia di Collodi, la fame guida le azioni e le decisioni del protagonista e incrementa la sua immaginazione, il bisogno di nutrirsi diviene l'asse portante della storia già dal quinto capitolo. Pinocchio sente “un’uggiolina allo stomaco, che somigliava moltissimo all’appetito”, che cresce a dismisura con il trascorrere del tempo fino a trasformarsi prima in “una fame da lupi” e poi in “una fame da tagliarsi col coltello”.

“Il povero si dette a correre per la stanza e a frugare per tutte le cassette e per tutti i ripostigli in cerca di un po’ di pane, magari un po’ di pan secco, un crosterello, un osso avanzato al cane, un po’ di polenta muffita, una lisca di pesce, un nocciolo di ciliegia, insomma qualche cosa da masticare: ma non trovò nulla, il gran nulla, proprio nulla.
Quand’ecco che gli parve di vedere nel monte della spazzatura qualche cosa di tondo e di bianco, che somigliava tutto a un uovo di gallina…
Credendo quasi che fosse un sogno, si rigirava quest’uovo fra le mani, e lo toccava e lo baciava, e baciandolo diceva:
- E ora come dovrò cuocerlo? Ne farò una frittata! No, è meglio cuocerlo nel piatto! O non sarebbe più saporito se lo friggessi in padella? O se invece lo cuocessi a uso uovo a bere?”
 
Da questo monologo emerge l'ironia dello scrittore che contrappone alla miseria di quel solo uovo, gli innumerevoli illusori metodi per cucinarlo. Il brano si concluderà con una sorpresa che lascia sbalorditi oltre al protagonista, anche i lettori:
 
“Detto fatto, pose un tegamino sopra un caldano pieno di brace accesa…
 e quando l’acqua principiò a fumare, tac!...
Spezzò il guscio dell’uovo, e fece l’atto di scodellarvelo dentro...
Invece della chiara e del torlo scappò fuori un pulcino tutto allegro e complimentoso, il quale facendo una bella riverenza disse:
- Mille grazie, signor Pinocchio, d’avermi risparmiata la fatica di rompere il guscio! Arrivederla, stia bene e tanti saluti a casa! - … e se ne volò via…”.
 
In altre fiabe, il protagonista si allontana da casa alla ricerca non solo di cibo, ma di un'occupazione per procurarselo, come nella fiaba Il tavolino apparecchiato, l'asino d'oro e il bastone castigamatti dei fratelli Grimm, a cui rimandiamo per la lettura.

Nel bisogno di nutrizione emerge anche l'importanza degli strumenti, i “ferri del mestiere” che aiutano l'eroe a guadagnarsi il cibo.

In “Cagliuso”, la versione del “Il Gatto con gli stivali di Gian Battista Basile, parla di un padre che, prossimo alla morte, lascia un’eredità ai suoi figli:

 “… A te che sei il mio primogenito, voglio lasciare quel setaccio che sta appeso al muro e con il quale ti potrai guadagnare il pane…
E tu, Cagliuso, che sei il cucciolo di casa, pigliati la gatta…"
 
E l’animale diventa “strumento” per cambiare in meglio lo status sociale del ragazzo.
 
“…Con le sue zampette (la gatta) afferrava le sventurate prede e andava dritta di filato a consegnarle al re, dicendo:
-… Il mio padrone, Messer Cagliuso, fedele suddito di Vostra Maestà per l'eternità, vi omaggia di questo… un piccolo dono, per un grande uomo...-.
Così, Cagliuso, che si vide arricchire a piene mani, ringraziò a non finire la gatta, dichiarandosi suo eterno debitore, perché riconosceva che senza il suo aiuto, non avrebbe mai conseguito fama e ricchezza” .[8] 

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[1] Collodi C., Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, C'era una volta, Pordenone, 1991

[2] Basile G.B., Il Pentamerone. Trad. Croce B.,Laterza, Bari, 1957






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