Cucina

05 Giu 2020


IL CIBO MAGICO: LA CUCINA BIANCA

Dall’antropologia emerge che nelle tradizioni popolari esiste un connubio tra magia e cibo. Ci occuperemo della cucina collegata al bene ovvero la cucina bianca[1], che si propone fini positivi o neutri per il protagonista. In essa il cibo può essere elaborato e trasformato da un essere supremo legato al regno dei morti per recare vantaggio al protagonista. L’esempio emblematico è la zucca di Cenerentola (fiaba di Perrault), dove questo semplice frutto diviene un originale mezzo di trasporto.

Nella fiaba, un essere speciale, una comare, ordina alla protagonista:

Va in giardino e portami una zucca”.

La fanciulla, pur sbigottita, non si perde d’animo, corre nell’orto e sceglie una zucca, “la più bella che poté trovare”. Si compie così il prodigio:

La comare la vuotò,

e quando non fu rimasta che la sola scorza,

la percosse con la sua bacchetta,

e la zucca fu subito mutata in una bella carrozza tutta dorata”.

Il cibo, trasformato diviene, così, alleato della protagonista e le permetterà di recarsi al palazzo del principe.

La comare, è un essere ultraterreno che accorre al fianco della fanciulla dandole la possibilità di rinascere a nuova vita.

Antropologicamente, la fiaba di Cenerentola è l’allegoria dell’ascesa dagli inferi al cielo, da una vita triste e povera all’entrata in società, il passaggio dalla luna nera alla luna piena simboleggiata dalla zucca.

Nell’antico occidente, la zucca era simbolo della resurrezione dei morti e nelle antiche tombe del Wurttemberg sono state rinvenute tracce di noci, nocciole e zucche, considerate viatici (provviste) per il viaggio verso la rinascita e l’ascesa al cielo.

Nelle tradizioni anglosassoni, prima della festa di Halloween, si svuotano le zucche (come fa la comare), per trasformarle in mostruose teste illuminate all’interno. Sistemate poi sui davanzali e agli angoli delle vie, rappresentano l’arrivo dei morti nella notte che fra i Celti segnava il Capodanno. Un rimescolamento di vita e morte, da cui nasce un cosmo rinnovato. Questa simbologia è collegata alla presenza di un essere magico, la fata, che condurrà la protagonista verso una nuova vita.

Alfredo Cattabiani, scrittore e giornalista, in un suo libro, spiega che la zucca presso i romani era il simbolo dell’abbondanza e fecondità (per la sua forma panciuta che dava l’idea di una donna in attesa di un figlio), ma anche della prosperità per i suoi molti semi e della buona salute.

I significati e gli usi associati alla zucca sono diversi: quella svuotata è usata come contenitore per trasportare acqua o vino dai viandanti, tanto che, nell’iconografia cristiana è il simbolo dei pellegrini; altri popoli invece la usavano come contenitore per bere o trasportare sale o come galleggiante per insegnare alle persone a nuotare.

Ne La gatta Cenerentola, versione di Basile, il cibo magico è il dattero. La pianta è donata alla protagonista dalla fata dell’isola di Sardegna insieme a “una zappa, un secchiello d'oro e una tovaglia di seta”, che le serviranno per coltivarla e curarla. Dalla pianta si materializzerà una fata, che darà alla protagonista le indicazioni per usare le qualità del frutto a proprio vantaggio, pronunciando una formula magica.

Pianta ricca di significati, la palma da dattero è associata alla purezza e castità, caratteristiche peculiari della fanciulla protagonista; simbolo di vittoria, ascensione, rigenerazione e immortalità ovvero di una vera e propria metamorfosi. Emblema di fertilità per gli Egiziani, fonte di fortuna e prosperità per i Greci; di vittoria per i romani perché donata agli attori più bravi, agli aurighi e ai gladiatori vincitori di diverse gare. Per i Cristiani, le foglie delle palme sono simbolo di pace e simboleggiano il martirio tra le mani dei santi nell’iconologia sacra. Nei vangeli i rami di palma saranno usati per festeggiare l’ingresso di Gesù a Gerusalemme.

Secondo la leggenda, l’imperatore Augusto amava moltissimo i datteri tanto che, la prima palma nata a Roma ebbe origine da un seme gettato dalla sua mensa.

In altre leggende, si narra che: mentre la famiglia di Nazareth fuggiva in Egitto dagli intenti infanticidi di Erode, le palme abbassavano i loro rami per agevolare la raccolta dei datteri a Maria e Giuseppe, che si cibavano solo di questo frutto.

Nel Salmo 92, 13 dell’Antico Testamento si legge che: Il giusto fiorisce come la palma ovvero la palma rappresenta i giusti; poiché da essa è possibile usare tutto e nei salmi l’uomo pio che fa del bene è uguagliato alla palma.

Nei paesi medio-orientali i frutti della palma da dattero sono denominati “nettare del deserto” perché i suoi frutti, nutrono i popoli nomadi durante le traversate nel deserto e dalla fermentazione della linfa, si ottiene il vino di palma. Le foglie, invece, sono usate per costruire capanne e accessori come cordami e cappelli.

Nella fiaba dei fratelli Grimm I due figli del re, il cibo magico è la noce. Nel suo guscio, la principessa troverà i vestiti che le permetteranno di entrare a corte e riconquistare il suo sposo. Anche in questo caso, la noce, alleata della protagonista, è simbolo di rinascita. Non a caso la forma del guscio, ricorda quella di una culla e della vita che nasce. Considerate simbolo di fecondità, erano lanciate agli sposi per augurare loro felicità e fortuna.

Nelle religioni, simboleggia i tre elementi sacri: il corpo (guscio), lo spirito (pellicola intorno al frutto) e l’anima (la polpa) e il segreto protetto dagli sguardi dei profani, grazie al suo involucro.

Secondo il mito di Bacco, fu lui a trasformare Caria in un albero di noce[18]. Nota è la leggenda dell’albero del Noce di Benevento, dove durante la notte di san Giovanni (il solstizio d’estate tra il ventuno e il ventiquattro giugno), si radunavano le streghe per i loro riti e la preparazione di filtri d’amore con erbe officinali e noci impregnate della rugiada di quella notte, perché considerata legata alla fertilità e forza generatrice della natura. Ancora oggi, durante questo periodo si raccolgono le noci, ancora verdi, per preparare infusi dai poteri quasi medicinali, come il nocino.






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