Escursioni

22 Nov 2018


Il senno di poi...

“Il 10% della vita è composto dalle cose che ci capitano. Il 90% dipende dalla nostra reazione agli eventi”.

Era da un po’ che non facevo una cima seria, avevo voglia di avventura, di posti selvaggi così la prima domenica libera organizzo un’uscita ai laghi di Fusine: avevo letto di una via Kugy alla Strugova con possibilità di arrivare alla Veunza e ridiscendere per la ferrata della Vita.

Chiedo a un ente del posto se in zona c'erano stati problemi, visto il mal tempo degli ultimi giorni. La risposta è molto veloce: «Salve. Qualche danno ma non ci dovrebbero essere problemi. Sarà freddo, temperature sotto zero. Mandi".

Giro la mail ai miei compagni, quindi decidiamo materiale e orari di partenza. Soltanto la sera di sabato, verso le 18, un altro funzionario dell’ente locale scrive allertandomi che la via era stata dismessa per evitare che sprovveduti ci salissero ma restava comunque facilmente individuabile, che servivano picche e ramponi per passare il nevaio e che bisognava stare attenti al vetrato sulle rocce; però io a quell'ora non avevo più guardato le mail in entrata.

Partiamo alle 5.30 in tre: il compagno di sempre e un amico nuovo (mancava il più appassionato delle Giulie, quello che me le ha fatte conoscere, neanche che se la sentisse...).

Arrivati sul ghiaione che porta all'attacco, ci viene qualche dubbio sul meteo: le nuvole sono basse e compatte, la visibilità non è delle migliori; controlliamo le previsioni sui cellulari che segnano coperto la mattina e poi via via ad aprire. Ci consultiamo - io avevo una voglia matta di salire, ma giustamente sento anche il loro parere; siamo tutti d’accoro, si prosegue.

Appena prima di arrivare al nevaio scivolo sulle ghiaie e mi faccio 5 metri in giù, penso "uhm comincia bene". Indossiamo i ramponi, ci facciamo sicura con la corda e raggiungo facilmente l'attacco; da lì in libera seguiamo i vari bolli e resinati che ci portano alla sella della Strugova, dove, ancora prima di attraversare il nevaio, al nuovo amico parte un rampone; pianto due chiodi e fortunatamente lo recuperiamo con una calata.

Intorno alle 12.30 siamo sulla Strugova e qui commettiamo il secondo errore. Le opzioni sono scendere per la via di salita e uscire per le Ponze (5 ore) oppure raggiungere la Veunza e la ferrata (4 ore); scegliamo quest’ultima. Quando siamo a metà dell'articolata cresta, la visibilità scende ulteriormente e la neve, che qui era prevista martedì, decide di anticipare.

Con un po’di fatica raggiungiamo la seconda cima e, viste le condizioni, cerchiamo il bivacco, ma niente. Seguiamo dei bolli che si perdono in un ghiaione, a destra creste rotte. La visibilità scende a qualche metro. Ci muoviamo comunque legati, in sicurezza, ma niente... I minuti passano inesorabili e in un attimo arriva anche il buio.

Mentre cerchiamo il bivacco, una della nostre compagne da casa ci contatta preoccupata; quando capisce la situazione, è lei che chiama il 118. Appena ci chiamano i soccorsi, cerco di farmi guidare al bivacco, ma dopo circa tre ore a "ravanare" al buio, ritorniamo sotto la Veunza.

Richiamati i soccorsi, ci sconsigliano la ferrata perché disattrezzata e molto pericolosa; il bivacco ora ci dicono che è irraggiungibile in quanto ci sono stati dei crolli: «Dovete bivaccare lì dove siete».

Guardo i due amici e suggerisco un lento e macchinoso rientro facendoci sicura con la corda, altrimenti con -10°C restare tutta la notta fermi sulla sella probabilmente sarebbe stata la fine!

Richiamiamo i soccorsi e gli spieghiamo le nostre intenzioni. Ci sconsigliano anche questa opzione, ma è l'unica che ci resta, quindi procediamo comunque e ci teniamo in contatto più o meno ogni mezz’ora.

La neve ormai copre già tutte le nostre tracce, abbiamo solo due frontali, la visibilità è scesa a 5 metri non di più. Do la frontale all'amico di sempre, che va avanti in cerca della giusta via, legato all’altro compagno con la seconda frontale e questi, a sua volta, legato a me, ancorato su rocce o resinati. Procediamo così, uno alla volta, di sicura in sicura, in un labirinto. I -10°C si sentono solo quando ci si ferma a far sicura; siamo tutti e tre calmi, lucidi e determinati.

In "sole" 8 ore riattraversiamo la cresta e siamo nuovamente al cospetto della Struguva. Nel frattempo arriva l'alba a darci luce, il cielo è ancora coperto e il paesaggio è totalmente bianco, rendendo difficile l'orientamento. Ci sentiamo con le squadre che stanno cercando di raggiungerci e così iniziamo la discesa. Arriviamo alla sella Strugova e siamo sopra la via Kugy (quella di salita). Sentiamo le voci dei ragazzi ed eccoli apparire davanti a noi; ci rifocillano e ci guidano verso la discesa tramite le Ponze (5 ore).

Abbiamo cominciato a camminare alle 8.00 di domenica e abbiamo finito alle 15.40 di lunedì: 32 ore ininterrotte, durante le quali i nostri unici pensieri erano rivolti alle persone care che da casa, non potendo sentirci, erano in super apprensione; noi in realtà eravamo tranquilli, sapevamo cosa fare e come farlo, non abbiamo mai pensato al peggio, eravamo semplicemente consapevoli che dovevamo muoverci e farlo in sicurezza evitando inutili azzardi, tanto di tempo ormai ne avevamo!

Adesso ovviamente è scontato dire che bisognava evitare l’impresa viste le nuvole, che bisognava tornare indietro alla prima cima, che bisognava scegliere un obiettivo più facile… ma non siamo tutti uguali e mentre alcuni alla prima nuvola se ne vanno, ogni tanto bisogna azzardare un po’ per raggiungere certe cime. È chiaro che non era mia intenzione mobilitare il soccorso e non avrei mai voluto farlo: confidavo di trovare il bivacco e di ripartire la mattina dopo con calma e con visibilità; se avessi saputo prima che il bivacco era inarrivabile ovviamente non saremmo andati in quella direzione ma saremmo rientrati immediatamente per la via di salita.

Ringrazio di cuore i ragazzi del soccorso di Tarvisio e tutti coloro che hanno partecipato all'operazione, i quali, nonostante le intemperie, sono venuti a cercarci; persone simpatiche e di cuore che, oltre a scherzare con noi, ci hanno pure offerto la cena assieme a loro; volontari che, come noi, amano la montagna ma, oltre a viverla, si impegnano per il prossimo, prendendosi rischi a volte molto grossi.






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