Il corpo conteso tra immagine e salute

Nell'Occidente del XXI Secolo, caratterizzato da una quasi infinita disponibilità di alimenti di qualsiasi natura e provenienza, sembra che il rapporto delle persone con il cibo e con la nutrizione abbia perso tutta la sua naturalezza. In particolare sembra che alimentarsi non sia più un atto legato principalmente alla sopravvivenza del nostro organismo biologico, ma si sia caricato di significati ulteriori: personali, relazionali, sociali, culturali, politici... pertanto il “mangiare” (ed il “non mangiare”) tendono a soddisfare bisogni che un tempo venivano probabilmente soddisfatti in altro modo.

ALIMENTARSI e NUTRIRSI non sono sinonimi, il primo indica l’atto del mangiare, il secondo ha a che fare con ciò che dal cibo assimiliamo.

Da questa considerazione si evince che potrebbe capitare di ALIMENTARSI ABBONDANTEMENTE MA NON NUTRIRSI ADEGUATAMENTE (ne sono un esempio diete sbilanciate, e soprattutto fai da te come le iperproteiche, vegane, crudiste, ecc…) e vice versa.

Mangiare è un atto che svolgiamo continuamente durante il giorno e durante tutto l’arco della nostra vita e a volte questo atto è talmente centrale nella nostra vita da assumere la forma di un pensiero ossessivo, che non ci abbandona quasi mai, che ci intrappola in comportamenti ritualistici o restrittivi, che ci fa contare calorie assunte e consumate, che genera e si accompagna ad emozioni come la colpa, la rabbia, la frustrazione, la tristezza.

È importante ricordare che per tutti noi il cibo ha delle valenze sociali. Spesso accade che per “trovarsi” con gli amici, i parenti o anche con colleghi di lavoro, organizziamo dei pranzi o delle cene in modo da condividere e sfruttare quel momento per riportarvi dentro tutte le argomentazioni per cui lo abbiamo organizzato (condivisioni di momenti belli della vita, di progetti, di situazioni felici o meno, ecc…). Il cibo, in tal caso, ha una valenza relazionale, comunicativa e di legame. La scelta del “dove mangiare” e “con chi mangiare” muta l’investimento emotivo che ci mettiamo dentro. Ovvio è che se si va ad una cena di lavoro si cerca di fare bella figura, si sceglie l’abito giusto per fare una buona impressione, al ristorante si cerca di scegliere piatti che indichino che ci alimentiamo in maniera corretta prendendoci cura della nostra salute, cosa che non succede se ci si trova in un contesto informale, con gli amici in cui magari ci si lascia andare a scelte meno sane e meno “di circostanza”.

Questa condizione “di dover scegliere” si presenta anche quando facciamo i conti con le nostre emozioni. Se siamo tristi, stressati, arrabbiati, ecc… rispondiamo in modo diverso alla scelta del tipo di cibo da ingerire. Allora ecco che il piacere del buon cibo, del gustare ciò che altri o noi stessi abbiamo preparato, del condividere con altri il momento del pranzo e della cena, spariscono. Cosa sta succedendo? Semplice, le emozioni riescono a modificare gli stimoli di fame e sazietà e la scelta dei cibi.

Spesso abbiamo la sensazione che la nostra forma fisica non vada bene, non ci piacciamo “fisicamente”, ci sentiamo insoddisfatti del nostro corpo e sottolineiamo i nostri punti critici invece che quelli di forza.

Nella nostra esperienza professionale (nutrizionista e psicoterapeuta) non è mai “tutto unicamente riferito al corpo”. La non accettazione del “corpo”, o di qualche sua parte, tende ad essere l'espressione esplicita e più evidente di una mancata accettazione di noi, come persone, nella nostra interezza; tendiamo a pensare di non essere abbastanza in varie situazioni, forse in tutte; ci vediamo imperfetti, nutriamo dubbi profondi sul nostro valore e temiamo di non piacere agli altri, così come noi non ci piacciamo. Il corpo può allora diventare il terreno su cui giochiamo questa terribile battaglia contro noi stessi. Ecco che allora utilizziamo il cibo come qualcosa che ci consente di controllare tutto, decidiamo cosa mangiare o non mangiare, chiediamo costante conforto alla bilancia per gratificarci o punirci del mancato o avvenuto controllo, facciamo attività fisica in modo sistematico e sfiancante, ecc…

E ci sembrerà di non avere mai fatto abbastanza, ci sembrerà di non soddisfare mai le nostre stesse aspettative, avremo l'impressione di non essere mai, nell'immagine che lo specchio ci riflette di noi, ciò che vorremmo essere, ossia quell'impossibile ideale di perfezione per cui stiamo faticando così tanto.

In tutto questo anche i rimandi delle altre persone rischieranno di non essere mai quelli giusti: se saranno rimandi positivi tenderemo a non prestarvi credito, se saranno negativi, ci sprofonderanno nella tristezza e nella disperazione convincendoci ancora di più di non aver fatto abbastanza e che ancora c’è da fare mortificando il corpo all’esasperazione.

È una battaglia che non conosce tregua questa ed anche, purtroppo, una battaglia che non avrà fine nemmeno quando finalmente avremo perso (o preso) quei fantomatici chili. È una battaglia che non avrà mai un termine, almeno fino a quando non prenderemo seriamente in considerazione l'idea di mettere in discussione la nostra idea di non essere abbastanza. Infatti niente sarà mai abbastanza, in termini di peso perso o guadagnato, per colmare quella nostra profonda inadeguatezza, quel senso di radicale, sostanziale e colpevole, imperfezione.

Ed è su questo piano che un supporto professionale, in cui competenze diverse si integrano, assume un valore fondamentale.

 

(Articolo scritto a 4 mani dalla dott.ssa Mary Nicastro, biologa nutrizionista, con la dott.ssa Francesca Del Rizzo, psicologa-psicoterapeuta)






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