Salute

29 Mar 2022


La fatica e la gioia dell’essere genitore

Ma come stanno insieme due lati così opposti dell’essere genitore? Uno di gioia immensa e l’altro di stress e fatica?

Indubbiamente essere genitori è un’esperienza straordinaria che colora la vita di gioia, amore e felicità. D’altra parte se penso alle mamme e ai papà che incontro nella pratica professionale e nella vita quotidiana, mi sembra che emerga una discrepanza tra l’immagine idealizzata dell’essere genitori diffusa nel senso comune e l’esperienza reale nella vita di ogni giorno.

Infatti, la parte forse meno raccontata e più faticosa della genitorialità è quella della trasformazione radicale di priorità, abitudini e del rapporto con il partner che diventare mamma e papà comporta. Non a caso, nella scala Interview for Recent Life Events - IRLE di Paykel e collaboratori (1971), che comprende una lista di eventi di vita che le persone considerano tra i più stressanti, sono annoverate esperienze comuni come compiere un trasloco, sposarsi e… la nascita di un figlio.

Ma come stanno insieme due lati così opposti dell’essere genitore? Uno di gioia immensa e l’altro di stress e fatica?

Uno dei fattori che rendono l’esperienza della genitorialità così meravigliosa e al tempo stesso faticosa è che, eccetto rare situazioni patologiche, tutti i genitori vogliono fortemente essere dei buoni genitori per i propri figli, quasi come se fosse un pattern geneticamente programmato per far sì che i figli abbiano le cure e le attenzioni migliori in risposta ai propri bisogni.

Quando però investiamo così tanto in uno scopo, può capitare che diventiamo molto sensibili a tutti quei segnali che aumentano il nostro timore di fallire nel tentativo di essere buoni genitori.

Per esempio, possiamo spesso sentirci in colpa per non essere presenti quanto e come vorremmo, temere che la nostra storia personale si rifletta negativamente sui nostri figli, provare vergogna per cosa potrebbero pensare altre persone di noi come genitori o arrabbiarci facilmente se non ci sentiamo rispettati nel nostro ruolo educativo.

Ecco, allora, che questi stimoli potrebbero facilmente attivare nella nostra mente l’allarme rosso “Non sono un bravo genitore!” con la conseguenza di sentirci inadeguati nonostante la fatica che facciamo per fare del nostro meglio. Se da un lato è inevitabile che ogni tanto si attivi l’allarme rosso e anzi, è segno del fatto che ci teniamo a fare del nostro meglio, dall’altro, se si attiva troppo frequentemente o ad un volume troppo elevato, potrebbe produrre delle conseguenze che confermano il nostro timore di non essere bravi genitori.

Tra le risposte più comuni all’allarme rosso, vi è quella di reprimere le emozioni e le esperienze di nostro figlio che, seppur del tutto normali, potrebbero essere difficili da tollerare per noi. Per esempio se piange, potremmo cercare di fare di tutto per farlo smettere e dire “Non è niente”. L’effetto del tentativo di inibire l’emozione dolorosa però, è che il bambino continua a sentire il proprio disagio, ma impara che l’emozione che sta provando è sbagliata, che non ha il diritto di provare dolore, e quindi nel tempo smetterà semplicemente di comunicarci che qualcosa non va, senza però che abbia ricevuto una risposta al proprio bisogno di conforto.

Quindi, da dove partire?

  1. Consideriamo che è naturale che nostro figlio accanto alle emozioni piacevoli di gioia e sorpresa, provi emozioni spiacevoli come paura, tristezza, rabbia e disgusto, poiché sono le sei emozioni primarie presenti fin dalla nascita, in tutti gli esseri umani.
  2. Proviamo a spostare l’attenzione sul nostro modo di vivere le emozioni dolorose di nostro figlio: qual è per me l’aspetto più disturbante dell’esperienza di mio figlio? Come mi fa stare? Cosa mi dice di negativo su di me?
  3. Adottiamo un atteggiamento di curiosità e benevolenza verso le nostre emozioni e pensieri, soprattutto quelli che ci fanno scattare l’allarme rosso, perché è proprio il segnale che ci indica quanto ci teniamo allo scopo di essere bravi genitori.
  4. Chiariamo a noi stessi i valori educativi che vogliamo incarnare, che ci fanno sentire di andare nella direzione di essere buoni genitori: che tipo di genitore desidero essere? Cosa voglio che mio figlio ricordi di me quando sarà cresciuto?
  5. Impegniamoci nelle azioni che giorno dopo giorno esprimono ciò che per noi significa essere bravi genitori, pur sapendo che non sempre ci riusciremo.

Per concludere, sì, essere un bravo genitore, qualsiasi cosa significhi per ognuno di noi, è faticoso. Essere genitore comporta sforzi, fatiche e rinunce a gratificazioni immediate in vista di un bene maggiore, ovvero il tipo di genitore che desidero essere per mio figlio. Ricordiamoci, però, che essere genitori è un viaggio meraviglioso e che con il tempo nostro figlio avrà sempre meno bisogno di noi, perciò la vera sfida è quella di amare il percorso, con apertura e curiosità, e imparare anche ad amare la fatica dell’essere genitore. Non a caso, il Gallup World Poll (il sondaggio più completo e di più vasta portata al mondo) ha evidenziato che crescere un figlio di età inferiore a 18 anni aumenta significativamente la probabilità di vivere una grande quantità di stress ogni giorno ma, allo stesso tempo, rende più felici.

 

Articolo a cura di: dott.ssa. Francesca Corocher, psicologa, psicologa dello sport, specializzanda psicoterapia - Collaboratrice Nutrigenimed

Riferimenti bibliografici: Perdighe, C. (2015), Il linguaggio del cuore. Riconoscere e accettare le emozioni dei propri figli e accompagnarli nella crescita, Erickson)






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