Buonsenso

In medio stat virtus

Tutti coloro che hanno studiato Aristotele al liceo certamente ricordano la dottrina del giusto mezzo, espressa nell’Etica Nicomachea. Secondo questo principio la virtù umana altro non è che il punto di equilibro tra due opposti vizi, l’uno dei quali pecca per difetto e l’altro per eccesso: così il coraggio, ad esempio, si ottiene evitando i due estremi della viltà e della temerarietà; la liberalità si ottiene dal bilanciamento tra l’avarizia e la prodigalità; la temperanza è il giusto mezzo tra l’insensibilità e l’intemperanza; e così via. Si tratta ovviamente di un equilibrio difficile, per questo chi lo consegue è detto virtuoso.  

Non solo i Greci, ma anche i Romani erano orientati a cogliere la misura (quella vera). Orazio usava l’espressione aurea mediocritas per intendere che la moderazione, cioè il rifiuto di ogni eccesso, è la condizione migliore che si possa immaginare. Anche per gli stoici questa possibilità di misurarsi è legata a quel dominio di sé che è intimamente connesso alla virtù e alla vera felicità.

Dunque, il senso della misura (detto anche, più comunemente, buon senso) caratterizza il pensiero occidentale sin dalle origi. Ma… che fine ha fatto oggi?

Nelle società moderne e nei rapporti umani mi pare che questo principio sia seguito raramente, e che, anzi, si oscilli spesso tra i due opposti estremi, errando ora per difetto ora per eccesso. I già citati principi della moderatezza e della temperanza – ai quali aggiungo ora la discrezione, la garbatezza, la compostezza, la sobrietà, la modestia… insomma, tutte quelle qualità che potremmo riassumere nella voce “misuratezza” – sono in via d’estinzione.

Si pensi a tutti quei casi assurti agli onori della cronaca nera anche in questi giorni. Personalmente, penso a quei ragazzi… che non sanno regolarsi tra opposti vizi, controllo e sadismo, passività e aggressività, fragilità e rabbia, impulso alla dominazione e senso di impotenza. Ma penso anche a chi… esercitando la propria professione… non sa riconoscere il confine tra pubblico e privato, saggezza e stoltezza, ostentazione e riservatezza, decenza e sgarbo. E penso ancora a chi… nell’esprimere commenti, soprattutto sui social… non trova più il giusto mezzo tra lassismo e intolleranza, oltraggio e tutela, ipersensibilità e indifferenza.

Non è facile, certo, ma alleniamoci – noi per primi – alla virtù, a cominciare dalle nostre scelte di vita, e poi nelle relazioni personali e sociali. Assumiamo come principio la moderazione e come obiettivo l’autocontrollo. Ci scopriremo più felici. La sobrietà, infatti, lungi dall’essere una catena di forza che ci impedisce di vivere appieno, è, anzi, la condizione ottimale per il vero godimento di vita: ci permette, infatti, di riconoscere il valore reale delle cose in ogni circostanza e di ristabilire un contatto con il proprio Sé più autentico.






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