IL LAVORO CHE VOGLIAMO

Libero, creativo, partecipativo, solidale.

In occasione del 1° Maggio la Commissione della CEI per i problemi sociali e il lavoro ha veicolato un messaggio in cui viene richiamato il tema della 48a Settimana sociale nazionale (Il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo e solidale), che si svolgerà a Cagliari dal 26 al 29 ottobre, e viene indicata una prospettiva per il superamento della crisi attuale.

«Al di là dei numeri, sono le vite concrete delle persone ciò che ci sta a cuore: ci interpellano le storie dei giovani che non trovano la possibilità di mettere a frutto le proprie qualità, di donne discriminate e trattate senza rispetto, di adulti disoccupati che vedono allontanarsi la possibilità di una nuova occupazione, di immigrati sfruttati e sottopagati.

La soluzione dei problemi economici e occupazionali - così urgente nell’Italia di oggi - non può essere raggiunta senza una conversione spirituale che permetta di tornare ad apprezzare l’integralità dell’esperienza lavorativa».

Nel guardare ai risultati monetizzabili occorre non perdere di vista chi produce quei risultati: il lavoratore, inteso non come testa lavorativa, facilmente assimilabile a un ingranaggio, ma come essere umano fatto di conoscenze, esperienze, competenze, emozioni. Mettere la persona al centro dei processi produttivi significa riconoscerne il valore. È una questione di GIUSTIZIA SOCIALE: «combattere tutte le forme di sfruttamento e sperequazione retributiva, rimane obiettivo prioritario di ogni progresso sociale».

C’è poi una seconda questione legata al SENSO DEL LAVORO: «il lavoro ha una tale profondità antropologica da non poter venire ridotto alla sola, pur importante, dimensione economica».  Il lavoro, infatti, qualsiasi lavoro, è espressione della creatività: nel prodotto del lavoro c’è sempre un di più di umanità, che fa la differenza! Ogni persona - lavorando - esplica la propria personalità, dunque il lavoro è anche fonte di realizzazione personale. L’idea legata al lavoro, perciò, è più di “percorso” che di “posto”: se il lavoro è un “percorso di vita”, intimamente connesso all’identità personale, non può mai essere ridotto a mera “occupazione”.

Come tale, il lavoro non può sottrarre TEMPO DI VITA. Il lavoro è un aspetto dell’esistenza, non la totalità, perciò è necessario sia ben integrato nella fitta trama esistenziale. “Tutti gli adulti dovrebbero fare un lavoro retribuito per un tempo da 12 a 30 ore in una settimana e al contempo 12-30 ore di lavori di cura non retribuiti”. È la proposta rivoluzionaria avanzata dalla filosofa canadese Jennifer Nedelsky in un incontro in preparazione della Settimana Sociale. Tra i problemi cruciali della nostra società la filosofa annovera la pressione insostenibile esercitata dal lavoro sulla famiglia e la disuguaglianza ancora presente tra uomo e donna nei lavori di cura. L’introduzione del part-time o dell’orario flessibile, potrebbe essere una buona soluzione. Del resto, non si vive per lavorare ma si lavora per vivere! Possiamo almeno cominciare a riappropriarci del tempo della gratuità, il tempo festivo: quanti lavorano oggi, giorno della festa dei lavoratori? È un evidente controsenso. Questo è il punto da cui partire per promuovere un lavoro più dignitoso.

Solo un’esperienza lavorativa libera, creativa, partecipativa e solidale potrà permettere ad ognuno di accedere ad una vera "prosperità nei suoi molteplici aspetti" (EG, n. 192).

Abbiamo molti esempi concreti di buone pratiche lavorative aziendali, ma molto resta ancora da fare. Prima che nelle leggi o nei regolamenti aziendali, il cambiamento deve trovare riscontro nella società.






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