LA MEMORIA DEI GIORNI-PIÙ-FREDDI

Forse non è un caso che il giorno della memoria (27 gennaio) sia molto vicino, come data, ai giorni della merla (29-31 gennaio), che sono i giorni più freddi dell'anno e anche i giorni nei quali è possibile intuire quale sarà il clima dell’intero anno. Questo accostamento mi suggerisce che se ci dimenticheremo ciò che è stato, patiremo molto freddo.

Come osservava Hannah Arendt analizzando il male, se una cosa è accaduta è molto più probabile che accada ancora piuttosto che se non fosse mai accaduta. In effetti, il male assoluto non è scomparso, è qui, dentro alla storia. Se l’uomo gli accredita fiducia, si mette davanti a Dio e compie stermini di speranza. Nel Vangelo Gesù chiama i discepoli dicendo - non a caso - «Venite dietro a me!» (Mc 1,16-20), perché quando il discepolo, la creatura, si pone davanti al Creatore, mette ordine a modo suo nel mondo e fa disastri; credendosi un super-uomo, senza accorgersene l'uomo si priva di umanità. Oggi questo pericolo non è scongiurato. La macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà, la tecnica ci ha trasformati in cinici, l’avidità ci ha resi duri e cattivi. Pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchinari, ci serve umanità, più che abilità ci serve bontà e gentilezza: senza queste qualità la vita sulla terra è violenta, è fredda.

Il 27 gennaio ci ricorda lo sterminio di un popolo. Niente di più freddo e agghiacciante. Tutti noi vorremmo dimenticare. E invece ciò che è stato rimane, come fonte di giudizio. La memoria di ciò che è stato ieri deve diventare contestazione di ciò che accade oggi. Non basta leggere tutti i libri o guardare tutti i film dedicati alla Shoah; quello è più un appassionarsi a un genere che un fare-memoria. La memoria più difficile è quella del presente: capire che certi orrori sono ancora dietro l’angolo, non semplicemente inciampi della storia, ma squarci di quotidianità.

L’uomo cammina sulla terra, ovvero su una storia che è fatta di bellezza e di menzogna, di amore e di odio. Le nuove generazioni hanno il dovere di togliersi le scarpe e di camminare scalzi, per sentire meglio quello che la terra sussurra: "CALORE È ARMONIA". Rispettare l’ordine universale che ci fonda e ci costituisce, è vivere; violarlo, è morire. Per gli antichi greci la rottura dell’armonia era peccato di “hybris” (“tracotanza”, “eccesso”, “superbia”, “orgoglio”), per noi è peccato originale, tentazione di mettersi davanti a Dio. Per questa via si perde il senso del sacro e, di conseguenza, ogni forma di rispetto. La terra gela, e diventa dimora inospitale. I merli sono costretti a sfidare la sorte per cercare riparo, calore. Il cuore dell’uomo è a rischio di assideramento, e se congela non sente più, non ha più risonanza emotiva. Senza calore, senza empatia, si possono compiere le azioni più abiette.

Abbiamo tutti bisogno della memoria per scongiurare il rischio dell’indifferenza, che è la freddezza del cuore. Dalla nostra disponibilità a ricordare, o meglio dall’uso che facciamo della memoria, possiamo capire come saranno le stagioni della nostra vita. I ricordi dei giorni-più-freddi sono a disposizione di chi vorrà farne buon uso. Ne va del futuro dell'umanità.






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