Quando il Natale diventa «La Grande Festa delle Buone Feste»

Trovo imbarazzante la decisione della scuola milanese «Italo Calvino» di chiamare la festa di Natale «La grande festa delle Buone Feste» per non urtare la sensibilità di chi non festeggia il Natale. Ma in che direzione stiamo andando?

Questa nuova denominazione è davvero un fulgido esempio di apertura mentale? Si vuol togliere al Natale la sua importanza, eppure, in qualche modo, la si conserva nell’aggettivo “grande”. La “grande” festa delle Buone Feste… se percorriamo la via del politically correct, tale locuzione non discrimina forse tutte le altre feste? Da che punto di vista stabiliamo una gerarchia tra le festività? E ancora, è la parola “festa” a suonare fuori luogo: chi non crede nel Natale, non ha nulla da festeggiare; si vorrebbe imporre anche a costui una “festa”, anzi “la più grande” delle Buone Feste. E poi, se il Natale non è festa religiosa, cos'è? Apoteosi del consumismo?! Allora come si fa ad annoverare questa ricorrenza tra le "Buone" Feste e addirittura attribuirle il massimo grado d'importanza?

Assurdo. Questi, del resto, sono i paradossi in cui si cade ogni qualvolta - per non offendere l’identità degli altri - si rinuncia alla propria. Dopo i presepi e i crocefissi, ora anche il Natale. Ci siamo: pieno relativismo, senza ancoraggio e senza meta.

Non appena accetteremo di essere dentro una storia, con una determinata cultura intrisa di religione e annesse tradizioni, forse capiremmo che in gioco c’è la nostra identità, e non è negoziabile. Le scuole dovrebbero essere le prime custodi di questo patrimonio individuale e collettivo e, a partire da un sostrato identitario, educare al rispetto e alla libertà. Non è senza radici che s’impara a camminare. Non è dal vortice della negazione perpetua che si perviene all’emancipazione di sé.






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